Musurgia Mundi · Atlante della musica

Della sonata
e delle sue
metamorfosi

Forme, strumenti e conversazioni nella musica da camera: non una marcia verso formazioni sempre più grandi, ma un intreccio di generi e organici che convivono e si trasformano.

La musica si mette a conversare · Duo · Trio · Quartetto · Quintetto · Sestetto · Settimino
Gerrit van Honthorst · Il concerto, 1623 · National Gallery of Art · Wikimedia Commons
Una storia di relazioni, non una conta di sedie

Non basta aggiungere uno strumento

La musica da camera non è l'orchestra rimpicciolita. È un modo di pensare la composizione in cui ogni intervento diventa riconoscibile, il silenzio di una voce può avere tanto peso quanto il suo ingresso, e nessuno strumento può nascondersi completamente nella massa sonora.

Il cammino non procede per sostituzioni meccaniche: la sonata a tre barocca continua a vivere mentre nasce il quartetto classico, e il quintetto non è un quartetto semplicemente più sonoro. Mutano gli ambienti, le convenzioni dell'esecuzione, la costruzione degli strumenti, il pubblico e il significato stesso di «solista».

Una linea attraversa l'intero percorso: dalla gerarchia fra melodia e basso alla circolazione dei temi fra interlocutori differenti. Ma non bisogna raccontarla come un progresso obbligato: già Corelli conosce il dialogo, e nel Novecento un solo strumento può improvvisamente dominare sette voci.

La parola sonata designa forme mutevoli: i movimenti lenti e veloci della sonata da chiesa e i gesti di danza della sonata da camera costituiscono due tendenze, non caselle rigide. Con Haydn e Mozart il quartetto d'archi diviene un laboratorio privilegiato, ma la varietà delle combinazioni continua a crescere nei quintetti, nei sestetti e nei settimini.

Una distinzione indispensabile. La «sonata a tre» descrive di norma tre parti musicali (due voci superiori e basso continuo), non necessariamente tre esecutori: clavicembalo, violoncello o altri strumenti possono partecipare insieme alla realizzazione del continuo.
Laboratorio interattivo · Organico e ascolto

Quante voci possono parlare?

Il caso dello strumento solo è un confine utile per comprendere la scrittura cameristica: non c’è dialogo fra esecutori, ma si possono riconoscere voci implicite, danze, fughe e forme diversissime. Il numero dei musicisti non dice, da solo, di quale genere musicale si tratti.

Esplora le formazioni

Seleziona un numero e confronta esempi storici differenti: sonata, duo e trio non sono categorie equivalenti. Quando serve, la figura mostra insieme più di un organico, senza inventare una successione obbligata.

Attenzione: nella sonata a tre barocca il numero indica anzitutto le parti scritte; nei trii, quartetti e altri complessi cameristici dal Classicismo in poi indica di norma il numero degli esecutori. Il titolo della formazione non determina il genere della composizione.

Seicento e Settecento

La sonata e la grammatica del dialogo

Frontespizio secentesco della prima edizione delle sonate a tre op. 1 di Arcangelo Corelli.
Arcangelo Corelli, Sonate a tre, op. 1 (1681): frontespizio della prima edizione, conservata a Bologna. La parola «tre» riguarda le parti scritte; la realizzazione del continuo può richiedere più strumenti. Fonte e diritti: Wikimedia Commons ↗

Il frontespizio della prima edizione delle Sonate a tre op. 1 di Corelli offre una traccia concreta della circolazione editoriale della musica da camera. Non mostra una fotografia dell'organico esecutivo: il titolo designa le parti musicali, mentre il basso continuo può essere realizzato da più esecutori.

È il documento giusto per distinguere una categoria compositiva dalla disposizione fisica dei musicisti. Lo stesso principio aiuta a non appiattire sulla parola «trio» i diversi strumenti e le diverse pratiche del Seicento.

Nella sonata da chiesa e nella sonata da camera la distinzione funziona meglio come orientamento storico che come legge inflessibile: movimenti astratti, fugati, preludi e danze possono convivere. Corelli, attraverso le sonate a tre e quelle per violino, dà grande stabilità a un linguaggio europeo; Vivaldi, Telemann e Händel ne moltiplicano gli organici, mentre la scrittura di Bach intensifica l'indipendenza delle parti.

Bisogna guardarsi da due scorciatoie. La prima: chiamare «accompagnamento» tutto il basso continuo, ignorando la sua funzione armonica e inventiva. La seconda: definire indistintamente «violoncello e continuo» le sonate BWV 1027–1029, scritte per viola da gamba e clavicembalo obbligato. Le BWV 1014–1019 per violino e clavicembalo obbligato aprono un'altra prospettiva: entrambe le mani della tastiera partecipano al contrappunto.

Un'architettura condivisa, non l'identità di un genere

Il quartetto non è una sonata. Ma ne conosce la lingua.

Trio, quartetto, quintetto e sestetto sono generi e formazioni della musica da camera, non «sonate» ribattezzate secondo il numero dei musicisti. Dal Classicismo in poi, molti di questi lavori condividono con la sonata strumentale l'organizzazione in più movimenti — generalmente tre o quattro, talvolta due — che alternano tempi e caratteri differenti. L'allegro di sonata è invece un'architettura interna a un singolo movimento, di solito il primo e talvolta l'ultimo: non è la forma dell'intera composizione.

Per ascoltare l'architettura in azione. Nel percorso sul Classicismo · Allegro di sonata: partire, perdersi, ritornare ↗ trovi la mappa tonale e i laboratori d'ascolto dedicati a Mozart, Eine kleine Nachtmusik K. 525, primo movimento, e alla Sinfonia n. 104 di Haydn. Qui invece ne seguiamo le metamorfosi all'interno dei generi cameristici.

Che cos'è un allegro di sonata?

Nella stagione classica, soprattutto con Haydn, Mozart e Beethoven, si consolida il modello dell'allegro di sonata: una costruzione fondata sul confronto fra idee musicali e aree tonali, su una sezione di elaborazione e sul ritorno del materiale in un nuovo equilibrio. Si parla abitualmente di esposizione, sviluppo e ripresa, ma la musica reale è più varia del diagramma scolastico: i temi non devono essere sempre due, né la costruzione segue ovunque la stessa ricetta.

L'espressione non indica l'intera sonata, e non obbliga neppure a un tempo rigorosamente «allegro». Descrive anzitutto l'architettura che, dal Classicismo in poi, caratterizza soprattutto il primo movimento di sonate, trii, quartetti, quintetti e altre composizioni strumentali. Talvolta ritorna anche nell'ultimo movimento, eventualmente intrecciandosi con il principio del rondò.

Gli altri movimenti non scompaiono

Un quartetto classico può aprirsi con un allegro di sonata, continuare con un movimento lento, un minuetto (o più tardi uno scherzo) e terminare con un finale di altra concezione: rondò, variazioni, fuga oppure, in alcuni casi, un nuovo allegro di sonata. Il numero e l'ordine dei movimenti non costituiscono una legge universale.

Il medesimo principio compositivo, affidato a strumenti differenti, dà risultati differenti: una figura può essere esposta dal violino, trasformata dalla viola, accolta dal violoncello o contraddetta dal pianoforte. Nei quartetti tardi di Beethoven persino l'organizzazione complessiva dei movimenti si trasforma. Ecco perché parliamo di metamorfosi, non di una fila di «sonate» che aggiungono esecutori.

Tre piani da non confondere. Sonata, trio, quartetto e sestetto sono denominazioni storiche di generi, associate a specifiche tradizioni e organici; allegro di sonata è un principio architettonico che dal Classicismo struttura prevalentemente il primo movimento e, talvolta, il finale. La sua presenza non cambia il nome dell'opera.
Classicismo e sua eredità

Quattro strumenti, nessun padrone fisso

Raffigurazione pittorica posteriore di Joseph Haydn impegnato in un quartetto d'archi con altri musicisti.
Haydn suona un quartetto, dipinto retrospettivo di epoca successiva: evoca il dialogo cameristico, non documenta una seduta reale. Fonte e licenza: Wikimedia Commons ↗

Il quartetto d'archi non è «una sonata per quattro strumenti»: è un genere cameristico con una storia propria. Spesso il suo primo movimento si articola come un allegro di sonata, ma l'opera è un quartetto, e i motivi circolano fra quattro interlocutori che non sono semplici accompagnatori del primo violino.

Haydn non inventa da solo una formazione già sperimentata da altri, ma contribuisce a darle un'identità compositiva durevole. Nei quartetti op. 20, 33 e 76 l'allegro di sonata, quando impiegato, diventa un terreno di confronto fra quattro voci: gli altri movimenti possono seguire logiche diverse, comprese fuga, danza e variazione. Mozart, nei sei quartetti dedicati a Haydn, intensifica dissonanza, imitazione e dialogo.

Beethoven dilata l'orizzonte con gli op. 59 e i quartetti tardivi: l'op. 131 percorre sette movimenti concatenati senza appoggiarsi alla successione canonica dei quattro tempi. Schubert, Brahms, Dvořák, Debussy, Bartók e Šostakovič faranno del quartetto il luogo di esperimenti radicali, non un museo della perfezione classica.

Attenzione ai numeri. L'attribuzione tradizionale di 83 quartetti a Haydn include opere spurie, arrangiamenti e conteggi oggi superati. Il numero più comunemente accolto è 68 quartetti autentici, con ulteriori sfumature legate alle opere incomplete.

Sei quartetti, un amico: Mozart scrive a Haydn

Pagina della dedica in italiano dei sei quartetti di Mozart a Joseph Haydn, stampata da Artaria a Vienna nel 1785.
Mozart, Sei quartetti dedicati a Giuseppe Haydn: la pagina originale della dedica italiana del 1785, edizione Artaria, Vienna. Bayerische Staatsbibliothek, Monaco, 4 Mus.pr. 33909. Questa è la fonte primaria citata nel paragrafo, non una ricostruzione posteriore. Fonte: Wikimedia Commons · pubblico dominio ↗

La dedica non è un'etichetta inventata dagli storici. Nel 1785 Mozart pubblica da Artaria i sei quartetti K. 387, 421, 428, 458, 464 e 465, preceduti da una lettera in italiano datata Vienna, 1° settembre: presenta le partiture come sei figli e le affida all'amico Haydn perché sia loro «Padre, Guida ed Amico». In un tempo in cui molte dediche cercavano la protezione di un aristocratico, Mozart si rivolge pubblicamente a un collega. La stima non produce imitazione: dalle invenzioni dell'op. 33 haydniana Mozart ricava una conversazione sempre più densa fra quattro voci, con cromatismo, imitazione e rigore armonico propri.

Ascolta il ciclo, non soltanto il soprannome. K. 387 · K. 421 · K. 428 · K. 458 · K. 464 · K. 465.

Nel Classicismo: come Haydn e Mozart trasformano il quartetto ↗ · Frontespizio e dedica del 1785, facsimile nella Neue Mozart-Ausgabe ↗ · Catalogo Köchel, fonti e primi esemplari ↗.

Cinque · Sei · Sette · E oltre

Quando la conversazione cambia architettura

Pagina autografa della partitura dell'Ottetto in fa maggiore D 803 di Franz Schubert.
Franz Schubert, Ottetto in fa maggiore D. 803 (1824), pagina autografa: l'ampliamento delle forze cameristiche si legge nella scrittura, non soltanto nel nome del genere. Fonte e diritti: Wikimedia Commons ↗

L'Ottetto D. 803 di Schubert, scritto nel 1824, dialoga apertamente con il Settimino op. 20 di Beethoven, ma sceglie otto esecutori e una fisionomia sonora propria. L'autografo ricorda che la crescita dell'organico è anzitutto una trasformazione delle relazioni fra le voci: non un semplice aumento del volume.

È questa la domanda da portare all'ascolto di quintetti, sestetti e settimini: quali parti si alleano, quali acquistano autonomia e quali perdono il ruolo che sembrava naturale in una formazione più piccola?

Quintetto

La quinta voce non è un rinforzo generico. Nei quintetti con due viole di Mozart, nei quintetti con due violoncelli di Boccherini e Schubert, o nel quintetto con pianoforte, l'aggiunta modifica i rapporti di registro, il peso dei bassi e la possibilità di piccoli gruppi interni.

Sestetto

Due violini, due viole e due violoncelli possono suonare come tre coppie, due trii o un unico corpo. Il sestetto resta un genere cameristico autonomo anche quando il primo movimento è costruito come un allegro di sonata. Brahms e Dvořák ne offrono splendidi esempi; Farrenc mette invece il pianoforte a confronto con cinque fiati.

Settimino

Beethoven unisce tre fiati e quattro archi; Saint-Saëns introduce perfino una tromba accanto al pianoforte e agli archi; Ravel chiama l'arpa a conversare con flauto, clarinetto e quartetto; Stravinskij usa sette strumenti per reinventare un antico contrappunto.

Ottetto e nonetto

Schubert amplia l’organico del Settimino di Beethoven nell’Ottetto D. 803; Spohr con il Nonetto op. 31 mette in conversazione un quintetto di fiati e quattro archi. Neppure nove esecutori rappresentano un confine assoluto: i nomi delle formazioni descrivono possibilità, non tappe di una crescita obbligata.

Le opere, ascoltate davvero

… incontri guidati

Ogni ascolto resta in questa pagina. Le guide indicano gesti precisi, entrate, risposte e trasformazioni; le registrazioni parziali sono dichiarate come tali, alcuni video dispongono di comandi per raggiungere i movimenti; il sestetto di Brahms permette di passare fra due riprese distinte. L’incorporamento sui diversi dispositivi dovrà essere collaudato separatamente.

Conteggio delle registrazioni in caricamento…

La scrittura prende corpo · Interpreti e dialogo

Un pianoforte, quattro mani: chi «firma» ciò che ascoltiamo?

La musica da camera vive anche nell'atto dell'interpretazione. Nei Játékok di György Kurtág e nelle trascrizioni bachiane eseguite insieme a lui, la pianista Márta Kurtág è una presenza artistica documentata, non una nota biografica da aggiungere in fondo alla scheda del marito. Nell'incisione ECM del 1996, pubblicata nel 1997, entrambi sono accreditati come pianisti: la composizione, la trascrizione e l'esecuzione sono responsabilità da distinguere, soprattutto in un repertorio nel quale il gesto e il tempo condivisi fanno parte dell'ascolto. ECM · Játékok, interpreti e programma ↗.

Il collegamento rimanda per ora alla documentazione discografica; non presenta come disponibile un ascolto incorporato nell'audioteca.

Apparato documentario

Fonti e cautele

La pagina distingue composizione, organico, trascrizione e registrazione: una fonte di catalogo non garantisce che un video sia integrale o incorporabile. La bibliografia di lavoro comprende cataloghi tematici, edizioni critiche e le fonti editoriali indicate qui sotto.

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