Ci sono tradizioni che vengono soppresse con un decreto e altre che continuano a vivere perché nessun decreto riesce a raggiungere davvero la memoria di chi le pratica.
La storia del rito patriarchino di Aquileia appartiene, almeno in parte, a questa seconda famiglia.
Per secoli la grande Chiesa aquileiese aveva conservato una propria fisionomia liturgica, nata attraverso una lunga sedimentazione di consuetudini, testi, calendari e pratiche musicali. Non era una religione alternativa al cattolicesimo romano, né il relitto clandestino di un cristianesimo ereticale: era una delle espressioni storiche della pluralità liturgica della Chiesa occidentale.
Aquileia, crocevia fra mondo latino, area danubiana e Adriatico, conservò nella propria cultura religiosa i segni di una geografia particolarmente complessa. La scrittura, i testi e i codici rendono visibile soltanto una parte di quel paesaggio: il resto si trasmetteva attraverso l'uso e l'ascolto.
Sostituire un messale è molto più semplice che sostituire una memoria sonora.
La musica che una comunità riconosce come propria può sopravvivere a istituzioni, ordinamenti e persino alle categorie con le quali gli studiosi cercano di descriverla.
Quando Roma uniforma la liturgia
Nel 1596, durante il concilio provinciale di Udine celebrato sotto il patriarca Francesco Barbaro, venne imposta l'osservanza del breviario, del messale e del rituale romani: ciò comportava l'abolizione ufficiale dell'antico rito aquileiese. La decisione rispondeva alla stagione di uniformazione liturgica post-tridentina e suscitò anche resistenze, documentate, per esempio, per la diocesi di Como.
La fine istituzionale del Patriarcato è invece un altro avvenimento. Il 6 luglio 1751 Benedetto XIV, con la bolla Iniuncta nobis, ne decretò la soppressione e la riorganizzazione del territorio fra Udine e Gorizia. Confondere il 1596 con il 1751 significa appiattire due processi distinti: il primo liturgico, il secondo politico-ecclesiastico.
Il nome non garantisce l'origine
Il canto di tradizione orale denominato «patriarchino» o «a la vecia» è un repertorio variegato, trasmesso nelle comunità dell'area veneto-friulana e istriana. Non ogni melodia così chiamata può essere dimostrata come sopravvivenza diretta dell'antica liturgia aquileiese. Esistono prestiti, trasformazioni e continuità da riconoscere caso per caso.
Proprio questa pluralità ne fa un campo di ricerca straordinario. Le voci delle pievi, dei paesi e delle comunità montane non coincidono necessariamente con la storia ufficiale dei libri liturgici; talvolta la memoria conserva un frammento, talvolta lo rielabora, talvolta lo riveste di un nome più antico della sua effettiva forma musicale.
Si tratta di un punto centrale anche per il metodo: una tradizione non diventa automaticamente un fossile soltanto perché qualcuno la definisce antica.
Il calendario dei campi e i benandanti
La religiosità rurale del Friuli non coincideva in ogni momento con ciò che prescrivevano i libri liturgici. Accanto alla messa, alle rogazioni e alle benedizioni dei campi viveva un insieme di gesti e credenze rivolti alla pioggia, alla protezione dei raccolti, alla guarigione e al rapporto con il mondo invisibile.
Sarebbe riduttivo descrivere tutto questo come paganesimo clandestino contrapposto a un cristianesimo compatto. La relazione era assai più profonda: la Chiesa aveva cristianizzato il calendario dei campi, e il mondo contadino aveva a sua volta agrarizzato il cristianesimo, caricando feste, santi e processioni delle necessità materiali della comunità.
Dentro questo ambiente incontriamo i benandanti, protagonisti dei processi studiati da Carlo Ginzburg. Alcuni uomini e donne, nati secondo la tradizione «con la camicia» — la membrana amniotica — raccontavano di combattere in spirito contro streghe e stregoni per difendere la fertilità della terra. I benandanti impugnavano finocchi, mentre i loro avversari portavano canne di sorgo.
Non si rappresentavano necessariamente come avversari della fede cristiana: potevano anzi ritenersi difensori della comunità. Le loro esperienze entrarono però in conflitto con le categorie dei giudici ecclesiastici. La documentazione processuale mostra come gli interrogatori abbiano progressivamente ricondotto tali credenze allo schema della stregoneria diabolica.
Una distinzione necessaria
La repressione inquisitoriale dei comportamenti considerati eretici o superstiziosi non è la stessa cosa della riforma dei libri liturgici. Non disponiamo di prove che i benandanti venissero perseguitati perché custodi del rito patriarchino. Non è quindi corretto presentare torture, confische o roghi come un programma indistinto diretto a cancellare il canto aquileiese.
Le vicende appartengono nondimeno alla stessa ampia trasformazione dell'Europa confessionale. Il legame di contesto è storico; la derivazione diretta non è dimostrata.
Gilberto Pressacco e la ricerca dei legami
È su questo terreno, ricco di tracce e di incertezze, che incontriamo le ricerche di Gilberto Pressacco. Sacerdote e musicologo, studioso dell'ambiente aquileiese e delle tradizioni coreutiche e musicali del Friuli, Pressacco cercava di guardare al canto come a un fenomeno storico totale: musica, gesto, rito, spazio e vita delle comunità.
Alcune delle sue ricostruzioni, in particolare i collegamenti più remoti fra Aquileia, danza rituale e credenze agrarie, sono rimaste ipotesi suggestive, non dimostrazioni filologiche. Riconoscere il loro carattere congetturale non significa però rinunciare al valore delle domande che le avevano generate.
Un'ipotesi può essere feconda senza diventare per questo una prova.
Il volume Il canto «patriarchino» di tradizione orale in area istriana e veneto-friulana, curato da Paola Barzan e Anna Vildera, è particolarmente significativo: vi compaiono contributi di Pressacco sulla storia liturgico-musicale aquileiese e sui prestiti fra repertorio sacro e profano. La domanda sul movimento delle melodie fra mondi diversi non è un ornamento della ricerca, ne è il centro.
Una danza, un rito della pioggia, un documento
Pensiamo a Schiarazula Marazula. Nel 1578 Giorgio Mainerio ne pubblica una versione a quattro parti nel suo Primo libro de balli. Nel giugno 1624 Bernardino Morra, curato di Palazzolo dello Stella, denuncia al Sant'Uffizio donne che, durante la notte di Pentecoste, percorrono il paese cantando a due cori una canzone chiamata «Schiarazzola Marazzola» per ottenere la pioggia.
La testimonianza del 1624 non registra la musica intonata: documenta l'incipit, frammenti del testo e la funzione rituale. È quindi un indizio prezioso della circolazione del canto, ma non permette da sola di dimostrare l'esatta identità melodica con la stampa del 1578.
Non sappiamo se la melodia precedesse Mainerio di decenni o di secoli. Non sappiamo quando entrò nella pratica rituale descritta a Palazzolo. Sappiamo però che la tradizione appare in forme differenti: una affidata alla scrittura musicale, l'altra conservata indirettamente da un documento giudiziario.
Ed ecco il paradosso: gli archivi delle istituzioni che sorvegliavano le pratiche religiose popolari sono diventati involontariamente anche gli archivi della loro memoria. Le parole degli interrogati ci raggiungono filtrate e talora deformate dalle domande dei giudici, ma ci raggiungono.
Il rito patriarchino fu ufficialmente abolito nel 1596; il Patriarcato terminò nel 1751; le tradizioni orali, invece, continuarono a seguire cronologie meno lineari, fra conservazioni e trasformazioni.
Ite, missa est. La formula poteva concludere la celebrazione. Non necessariamente la storia di ciò che era stato cantato.
È questa, forse, la lezione che conservo maggiormente dagli studi di pre Gilberto: la storia della musica non coincide soltanto con quella delle opere che siamo riusciti a scrivere; è anche la storia delle voci che hanno continuato a cantare.
Fonti e criteri di lettura
Questo percorso distingue deliberatamente le fonti storiche dalle interpretazioni moderne. L'esperienza personale dell'autore con Pressacco è una testimonianza biografica, non una prova documentaria delle genealogie musicali proposte dal maestro.
- Dizionario Biografico degli Italiani, «Barbaro, Francesco»: sinodo di Udine del 1596 e abolizione dell'antico rito.
- Arcidiocesi di Udine, «Storia dell'Arcidiocesi»: bolla Iniuncta nobis e soppressione del Patriarcato nel 1751.
- Il canto «patriarchino» di tradizione orale in area istriana e veneto-friulana, a cura di Paola Barzan e Anna Vildera: tradizione orale e contributi di Gilberto Pressacco.
- Gilberto Pressacco, Sermone, cantu, choreis et… marculis, Forum, Udine, 2006: ipotesi interdisciplinari sulla storia della danza friulana.
- Carlo Ginzburg, I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento, Torino, Einaudi, 1966 (e successive edizioni): studio delle testimonianze inquisitoriali friulane.
- Denuncia di Bernardino Morra, 10 giugno 1624, Palazzolo dello Stella, Archivio della Curia Arcivescovile di Udine, Fondo Inquisizione, processo n. 829 (segnatura riportata nella letteratura di studio; da riscontrare sull'originale).
- Giorgio Mainerio, Il primo libro de balli, Venezia, Gardano, 1578; Schiarazula Marazula, n. 12.