Pagina a cura di Alessandro Zilli · © tutti i diritti riservati
Viaggio interattivo · dal rito alla scena · Roma–Firenze–Mantova–Venezia–Parigi–Vienna

Dal teatro perduto alla riforma di Gluck

Come parola, musica, gesto, rito, potere e pubblico si sono rincorsi per secoli fino a creare l’opera e a costringerla, con Gluck, a interrogarsi di nuovo sulla propria natura.
Una scelta, volutamente

Questo non è un catalogo di tutta l’opera europea fra Seicento e Settecento. Un percorso enciclopedico dovrebbe dedicare capitoli autonomi a Händel, Rameau, Vivaldi, Hasse, alle molte scuole italiane, ai teatri tedeschi e inglesi e poi proseguire fino a Mozart e oltre. Qui la strada è più stretta: seguire come nasce l’idea di teatro interamente cantato, come diventa spettacolo pubblico, come si divide fra serio e comico e perché, con Gluck, sente il bisogno di riformare sé stesso.

Alcuni grandi nomi entreranno quindi come esempi quando sono indispensabili, senza ricevere lo spazio che meriterebbero in una storia generale dell’opera. Il punto d’arrivo resta Gluck: Mozart e Da Ponte appartengono deliberatamente al viaggio successivo.

01

Quando il teatro antico cambia pelle

Nella Grecia classica la tragedia e la commedia erano parte integrante della vita pubblica e religiosa, mentre Roma ne accolse forme e testi inserendoli in un sistema dello spettacolo molto più vasto, nel quale convivevano teatro, mimo, pantomima, corse, combattimenti e grandi manifestazioni popolari. Con il passare dei secoli, il teatro letterario cessò di essere l’unico centro dell’esperienza spettacolare e acquistò sempre maggiore importanza tutto ciò che agiva direttamente sul corpo e sull’emozione dello spettatore.

Con la crisi dell’Impero romano d’Occidente cambiano insieme città, istituzioni, economia e religione. Molti autori cristiani guardano con sospetto agli spectacula, non soltanto perché divertono, ma perché li percepiscono come legati ai culti pagani e a un mondo dell’attore moralmente ambiguo. Il teatro antico, tuttavia, non viene cancellato da un singolo divieto: perde progressivamente le strutture sociali che lo avevano sostenuto e sopravvive trasformandosi, mentre gesto, canto, racconto e rappresentazione continuano a riapparire in contesti differenti.

Teatro antico di Epidauro + Prima del melodramma

Il teatro greco: parola, coro, rito e spazio

Un paradosso che ci accompagnerà a lungo

La stessa Chiesa che aveva diffidato degli spettacoli romani possiede una liturgia ricchissima di parola, canto, gesto, processione e spazio simbolico: proprio all’interno di quel mondo ricominceranno a comparire forme di dialogo e rappresentazione.

02

Il Medioevo: quando la liturgia diventa azione

Dire che il teatro medievale “rinasce nella Chiesa” è utile soltanto se immaginiamo concretamente che cosa accade. Intorno al X secolo, durante la liturgia pasquale, un breve dialogo cantato noto come Quem quaeritis? mette in relazione l’angelo presso il sepolcro e le donne che cercano Cristo. Nella Regularis Concordia inglese del X secolo i monaci non si limitano a pronunciare parole diverse: assumono ruoli, si muovono nello spazio liturgico, rappresentano il sepolcro, cantano domanda e risposta. La liturgia non diventa ancora “opera”, naturalmente, ma canto, gesto, luogo e personaggio cominciano a comportarsi teatralmente.

Da questi nuclei si sviluppano nel tempo tropi più articolati, drammi liturgici, Passioni, Misteri e Moralità. Il punto decisivo per il nostro viaggio è che la musica non accompagna dall’esterno una scena già pronta: è una delle forze che organizzano la scena. Il canto stabilisce durata, entrate, risposte, memoria e solennità dell’azione. Monasteri e chiese diventano così uno dei grandi laboratori occidentali nei quali parola cantata, ritualità e rappresentazione imparano a convivere.

Un piccolo dialogo contiene già molto teatro

Una voce domanda “chi cercate?”, altre voci rispondono, qualcuno occupa il luogo simbolico del sepolcro, qualcun altro vi si avvicina. Basta questo perché cambino tre cose: la parola viene distribuita fra ruoli, lo spazio acquista significato e il tempo del rito diventa anche tempo dell’azione. È una genealogia importante, ma non va trasformata in una favola lineare nella quale la Chiesa “inventa” da sola il teatro moderno: pratiche performative secolari, giullari, feste, narrazioni e tradizioni popolari continuano infatti a esistere accanto al mondo liturgico.

Cambridge · fonte di studioQuem quaeritis?: dal canto al ruoloUn’introduzione alle forme drammatiche medievali e al dialogo pasquale come episodio liturgico rappresentato.
Liturgia → scena

Il canto organizza l’azione

Chi canta? Da dove? A chi risponde? Quando si muove? Domande musicali che diventano già domande teatrali.

Verso il dramma musicale →
Fuori dalla chiesa

Il teatro non ha un solo antenato

Giullari, musici, narratori, feste e pratiche profane continuano a intrecciarsi con la tradizione religiosa.

Più genealogie, non una sola →
03

Il Rinascimento rimette in scena gli antichi

L’Umanesimo restituisce alla cultura classica una nuova centralità e trasforma tragedia, commedia, retorica e filosofia in modelli da studiare e reinventare. Nelle corti italiane il teatro entra nella grande macchina del mecenatismo, attraverso la quale famiglie come i Medici, i Gonzaga e gli Este mostrano ricchezza, prestigio e capacità di attrarre artisti.

Il nuovo teatro, però, non copia semplicemente quello antico, perché porta con sé ciò che i secoli medievali hanno prodotto: feste, danze, tradizioni popolari, musica, narrazioni cavalleresche e professionisti dello spettacolo. È proprio questa miscela fra recupero dell’antico e pratiche vive a creare l’ambiente nel quale, alla fine del Cinquecento, potrà nascere il melodramma.

03 bis · Lente tecnica

Scrivere, copiare, stampare: come la musica riesce a viaggiare

La storia dell’opera sarebbe impossibile senza una storia parallela: quella dei sistemi che permettono alla musica di sopravvivere alla voce di chi l’ha cantata. Per secoli la trasmissione è soprattutto manoscritta. La notazione medievale diventa progressivamente capace di indicare con maggiore precisione altezza e durata, mentre la notazione mensurale rende possibile organizzare ritmi complessi e più voci indipendenti. Scrivere musica non significa però registrare tutto: timbro, ornamentazione, gesto, pronuncia e molte abitudini esecutive continuano a essere affidati alla pratica.

Nel Rinascimento cambia anche la tecnologia del libro. Nel 1501 Ottaviano Petrucci pubblica a Venezia l’Harmonice musices Odhecaton, uno dei grandi passaggi della stampa musicale a caratteri mobili. Le copie possono circolare in numero maggiore e più lontano, un repertorio può essere confrontato e studiato fuori dal luogo nel quale è nato, e la musica acquista una nuova forma di memoria materiale. È una premessa decisiva per il mondo nel quale nasceranno partiture, libretti e repertori operistici.

Neumi → rigo

Il suono lascia tracce

I primi segni aiutano a ricordare l’andamento della melodia, mentre col tempo il rigo permette di fissare le altezze con precisione crescente.

Notazione mensurale

Scrivere anche il tempo

Figure e rapporti di durata permettono di coordinare più voci complesse: la polifonia può essere composta, copiata e ricostruita a distanza.

Libro corale e parti

Non sempre esiste la “partitura” moderna

Le voci possono essere disposte in libri corali o in libri-parte separati. La pagina musicale cambia a seconda di chi deve usarla.

Intavolatura

Scrivere il gesto dello strumentista

Per liuto, tastiere e altri strumenti si sviluppano sistemi che indicano corde, tasti o posizioni invece di rappresentare la musica esattamente come una moderna partitura.

Petrucci

Venezia, 1501

Con l’Odhecaton la stampa musicale diventa una tecnologia editoriale capace di moltiplicare e distribuire repertorio su larga scala.

Copista

L’uomo che rende eseguibile l’opera

Anche dopo l’invenzione della stampa il teatro vive di copie manoscritte: partiture, parti d’orchestra, correzioni e materiali di prova devono essere preparati materialmente per ogni produzione.

Una conseguenza enorme: ciò che può essere scritto può viaggiare, essere ripreso, corretto, confrontato e trasformato. Ma la scrittura non contiene mai tutto: fra pagina ed esecuzione resta sempre uno spazio di interpretazione.
04

La Commedia dell’Arte e il mestiere dell’attore

Le compagnie della Commedia dell’Arte lavorano spesso a partire da un canovaccio e costruiscono la scena attraverso l’improvvisazione, il gesto, la memoria dell’attore e il rapporto diretto con il pubblico. Le maschere trasformano caratteri e differenze sociali in figure immediatamente riconoscibili, mentre musica e danza accompagnano la rappresentazione senza essere percepite come elementi estranei.

Il servo furbo, capace di comprendere ciò che il padrone non vede, introduce già un motivo destinato a tornare con forza nel Settecento, quando il teatro comincerà a osservare con maggiore ironia le gerarchie sociali. Con Goldoni il tipo fisso lascerà progressivamente spazio alla persona, mentre le vecchie maschere verranno sempre più associate alla dimensione del Carnevale.

Due personaggi della Commedia dell’Arte in un’incisione di Jacques Callot + Commedia dell’Arte

Maschere, gesto e improvvisazione

05

Shakespeare e un’altra strada del teatro europeo

In Inghilterra il teatro diventa una vera attività pubblica e commerciale, sostenuta da compagnie professionali e da un pubblico pagante. La musica è continuamente presente nei drammi di Shakespeare, dove accompagna feste, emozioni, trasformazioni della scena e perfino alcuni personaggi, ma non sostituisce la parola parlata.

Il confronto con l’Italia è prezioso: mentre il teatro di parola raggiunge in Inghilterra una straordinaria maturità, a Firenze alcuni musicisti e intellettuali iniziano a chiedersi se sia possibile trasformare l’intera azione teatrale in musica, recuperando in modo creativo e in parte immaginario ciò che pensano fosse accaduto nella tragedia greca. La corte inglese possiede però anche il masque, nel quale parola, canto, danza, costumi e macchine sceniche si intrecciano, e alla fine del secolo Dido and Aeneas di Henry Purcell mostrerà inoltre che l’Inghilterra saprà produrre un’opera interamente cantata, pur seguendo una storia diversa da quella fiorentina.

Interno del Globe Theatre ricostruito +Teatro pubblico

Canzoni, danze e scena inglese

05 bis · Prima di Firenze

Otto parole per entrare nell’opera senza perdersi

Fra poco incontreremo Peri, Caccini e Monteverdi. Prima, conviene avere in tasca una piccola mappa. Non sono definizioni definitive: sono coordinate di sopravvivenza che il capitolo tecnico 08 approfondirà più avanti.

Libretto

Il teatro prima della musica

La storia organizzata in personaggi, versi, atti e scene perché possa essere cantata e rappresentata.

Recitativo

La storia cammina

Il canto si avvicina alla parola e tende a portare avanti dialogo, decisioni e azione.

Aria

Il tempo si dilata

Il personaggio concentra l’attenzione su un affetto e la voce acquista maggiore autonomia melodica.

Arioso

La terra di mezzo

Più cantabile del recitativo, meno chiuso dell’aria: un confine mobile, essenziale nel primo Seicento.

Basso continuo

Il pavimento armonico

Una linea grave e strumenti capaci di realizzare gli accordi sostengono la voce senza soffocarla.

Orchestra

Non è ancora quella di oggi

Un insieme variabile di archi, fiati e continuo, diverso da teatro a teatro e da opera a opera.

Coro

La comunità torna a parlare

Può diventare popolo, spiriti, soldati, cortigiani o commento collettivo dell’azione.

Ensemble

Più persone, contemporaneamente

Duetti, terzetti e pezzi d’insieme permettono al teatro musicale di farci ascoltare più intenzioni nello stesso momento.

06

Dalla Camerata de’ Bardi al circolo di Jacopo Corsi

Nella Firenze della seconda metà del Cinquecento, Giovanni de’ Bardi riunisce intorno a sé musicisti e intellettuali interessati al rapporto fra musica, parola e tragedia antica. Vincenzo Galilei e Giulio Caccini appartengono a questo primo nucleo, nel quale la complessità polifonica viene criticata quando impedisce di comprendere chiaramente il testo e l’affetto individuale.

Dopo la partenza di Bardi per Roma nel 1592, il centro di gravità si sposta verso la casa di Jacopo Corsi, dove operano anche Jacopo Peri e Ottavio Rinuccini ✧ Nell’Atlante. È in questo ambiente più largo, spesso riunito nei manuali sotto l’etichetta di “Camerata fiorentina”, che monodia accompagnata e recitar cantando diventano teatro. Parlare di una sola Camerata compatta è dunque comodo, ma storicamente impreciso: il melodramma nasce da una rete di circoli, corti, poeti e musicisti che si sovrappongono.

Giovanni de' Bardi +Firenze

Dalla Camerata al circolo di Corsi

Frontespizio de Le nuove musiche di Giulio Caccini +IMSLP · fonte

Le nuove musiche

✦ Per iniziare · La parola diventa azione

Non soltanto cantare: far parlare un personaggio

Gli intellettuali della Camerata fiorentina cercano una nuova relazione fra accento della parola, gesto, affetto e identità drammatica. Non chiedono semplicemente una musica «più facile»: come può una sola voce trasmettere le esitazioni, l'urgenza e le intenzioni di chi parla in scena?

Domanda-guida: ascoltando i successivi esempi di recitar cantando, individua come cambiano durata, ritmo e intonazione al servizio della parola. Che cosa offre il sostegno strumentale alla libertà del cantante?

Per sperimentare invece l'intreccio di più parti indipendenti, il laboratorio multitraccia si trova nel capitolo sulle scuole rinascimentali ↗.

07

Firenze 1598–1602: dalla Dafne alle due Euridice

Prima delle due Euridice c’è già un esperimento decisivo: la Dafne di Ottavio Rinuccini, musicata soprattutto da Jacopo Peri con il coinvolgimento di Jacopo Corsi e rappresentata nel 1598, della quale sopravvivono soltanto frammenti musicali. Per questo il 1600 non è il “giorno zero” dell’opera, anche se l’Euridice di Peri, preparata per le nozze fra Maria de’ Medici ed Enrico IV, è la più antica opera giunta fino a noi in forma sostanzialmente completa.

La commissione legata alle nozze del 1600 rende la figura di Maria de’ Medici parte del sistema economico e simbolico della nuova opera di corte. Nello stesso mondo Vittoria Archilei, cantante e liutista, mostra che la nuova declamazione presupponeva voci altamente specializzate. Peri, Rinuccini, i cantanti e chi rende materialmente possibile lo spettacolo entrano dunque nella medesima storia, non in una galleria di biografie parallela.

Giulio Caccini pubblica a sua volta una propria musica sul medesimo libretto di Rinuccini, ma la sua Euridice viene rappresentata integralmente nel 1602. Il confronto resta straordinario proprio perché permette di ascoltare due compositori diversi alle prese con la stessa architettura poetica e con lo stesso problema: come trasformare parola, personaggio e azione in canto.

Con Francesca Caccini, cantante, strumentista, insegnante e compositrice stipendiata dalla corte medicea, la stessa rete produce un'opera teatrale: La liberazione di Ruggiero dall'isola d'Alcina, rappresentata nel 1625. Il suo posto è nella storia della produzione musicale fiorentina, fra monodia, spettacolo e istituzione cortigiana.

1625 · Il teatro di corte

Una compositrice professionista dentro la macchina medicea

Immagine tradizionalmente associata a Francesca Caccini
Cammeo tradizionalmente identificato con Francesca Caccini (primo Seicento), di autore ignoto, documentato da Arnaldo Bonaventura nel 1922. L’identificazione iconografica non va confusa con una testimonianza musicale della Liberazione di Ruggiero. Fonte, provenienza e condizioni di riuso: Wikimedia Commons ↗

Francesca Caccini non è semplicemente “la figlia di Giulio”. È cantante, strumentista, insegnante e compositrice stipendiata dalla corte medicea, cioè una professionista capace di occupare dall’interno il nuovo sistema dello spettacolo musicale. La liberazione di Ruggiero dall’isola d’Alcina, rappresentata nel 1625, consente inoltre di vedere una donna non soltanto come interprete o destinataria della festa di corte, ma come autrice di un grande spettacolo musicale.

1625 · IMSLPApri la partituraEdizione/scansione della Liberazione di Ruggiero: quattro scene, voci, archi e continuo. Video · playlist completaGuarda La liberazione di RuggieroLa playlist completa dello spettacolo, da seguire direttamente nel player interno del sito.

Rinuccini modifica inoltre il mito antico con un lieto fine: Euridice viene restituita a Orfeo e non precipita nuovamente negli Inferi. È una scelta perfettamente comprensibile dentro una festa nuziale di corte e diventerà ancora più interessante quando Monteverdi, pochi anni dopo, tornerà sullo stesso mito costruendo un finale diverso. Proprio Orfeo, il musicista capace di commuovere perfino le potenze infernali, diventa così il protagonista ideale di un genere che vuole dimostrare che la musica può rendere credibile il dramma.

Frontespizio del libretto de L'Euridice di Ottavio Rinuccini e Jacopo Peri, stampato a Firenze nel 1600.
Frontespizio del libretto dell'Euridice di Ottavio Rinuccini, musicata da Jacopo Peri, Firenze 1600. È un documento del testo teatrale, non la partitura completa. Fonte: Wikimedia Commons · pubblico dominio ↗

Il frontespizio del libretto stampato a Firenze nel 1600 rende visibile un aspetto fondamentale della nascita dell'opera: prima di ascoltare le soluzioni diverse di Peri e Caccini, il pubblico incontra un testo poetico, un titolo e una dedica legati a una precisa occasione di corte. Una fonte stampata documenta quel contesto, ma non ci restituisce da sola la sonorità dell'esecuzione.

Una domanda che tornerà fino a Gluck: la musica deve servire la parola e il teatro, oppure il teatro può diventare il pretesto attraverso il quale la musica conquista sempre più spazio?
1600 · Peri

Euridice

Apri la partitura e guarda come la parola viene sostenuta dal continuo senza essere sommersa dalla polifonia.

Apri IMSLP →
1602 · Caccini

La seconda Euridice

Lo stesso libretto permette di confrontare due soluzioni musicali nate nello stesso ambiente fiorentino.

Apri IMSLP →
Ascolta lo stesso mito in due mani diverse: l’estratto di Peri e le due parti dell’Euridice di Caccini permettono di passare dalla partitura all’ascolto e di verificare concretamente quanto, sul medesimo mondo poetico di Rinuccini, la linea vocale possa assumere un profilo differente.

Peri e Caccini mettono in musica lo stesso prologo della Tragedia, sui versi di Ottavio Rinuccini. Cerca la relazione fra canto declamato, accenti della parola e sostegno strumentale. Ogni lettore viene caricato su richiesta; premi «Prepara estratto», poi Play. Passando al secondo il primo viene interrotto.

A · Jacopo Peri

Peri · Euridice, prologo

Come il canto segue la parola? Segui le variazioni della declamazione nell'inizio di «La Tragedia».

♫ · Estratto non caricato

0:00–1:15 · Accademia degli Imperfetti · prologo e coro. Video originale ↗

B · Giulio Caccini

Caccini · «Io che d'alti sospir»

La Tragedia pronuncia gli stessi versi: osserva una diversa scrittura melodica e le scelte della cantante.

♫ · Estratto non caricato

0:00–1:15 · Francesca Aspromonte, Il Pomo d'Oro, Enrico Onofri; PENTATONE. Video originale ↗

Nessun video attivo; prepara un estratto e premi Play.

Si tratta di interpretazioni moderne, non registrazioni della prassi effettiva del 1600. Gli ascolti sono incorporati dalle registrazioni sorgente senza copiare file audio nel sito: potrebbero essere soggetti a restrizioni dei fornitori.

08 · Lente tecnica

Anatomia del melodramma: come si costruisce un’opera

Pausa tecnica: per due capitoli usciamo deliberatamente dalla cronologia. Prima di tornare a Monteverdi nel 1607, apriamo il teatro e guardiamo come funziona dentro: prima la grammatica musicale, poi la macchina materiale dello spettacolo.

Un’opera non nasce semplicemente quando un compositore decide di mettere della musica sopra una storia. Prima ancora della partitura esiste un libretto, cioè un testo teatrale costruito perché possa diventare musica, e dietro quel testo c’è normalmente un librettista che inventa o adatta la vicenda, distribuisce l’azione fra i personaggi, organizza il dramma in atti e scene e prepara le parole che dovranno essere cantate.

Accanto a lui lavora il compositore, che trasforma quelle parole in tempo, ritmo, melodia, armonia, timbro e gesto scenico. Dire che librettista e compositore lavorano “a quattro mani” non significa necessariamente che scrivano materialmente insieme ogni battuta, ma che il libretto destinato alla musica è spesso un testo mobile: una scena può essere accorciata o allungata, un verso può dover cambiare metro, può nascere la necessità di un duetto, di un coro o di un’aria in più, perché ciò che funziona sulla pagina non sempre funziona allo stesso modo quando deve essere cantato e rappresentato.

La trama, quindi, non rimane un racconto astratto: si distribuisce nei personaggi, i personaggi ricevono una voce, la voce acquista un carattere musicale e infine tutto questo prende corpo sulla scena attraverso cantanti, orchestra, basso continuo, coro, danza, scenografia, costumi e macchine teatrali. Il melodramma è proprio questo punto d’incontro fra letteratura, musica e teatro, e nessuna delle tre componenti può essere davvero compresa ignorando le altre.

Dal libretto alla scena: aria e recitativo sono l’ossatura, non tutta l’opera

Il libretto contiene la vicenda, l’elenco dei personaggi e il testo che essi devono cantare. L’opera viene normalmente articolata in atti, cioè le grandi parti del dramma, e gli atti sono a loro volta suddivisi in scene, che corrispondono a unità più piccole dell’azione e spesso cambiano quando entra o esce un personaggio oppure quando muta la situazione teatrale. All’interno delle scene il melodramma italiano del Seicento e soprattutto del Settecento tende progressivamente a organizzarsi attraverso l’alternanza fra recitativo e aria. Questi due elementi sono però diversi dagli altri: non perché siano gli unici possibili, ma perché diventano per lungo tempo la struttura portante sulla quale si innestano ariosi, duetti, pezzi d’insieme, cori, danze, sinfonie, ritornelli e interventi orchestrali.

Il tempo dell’azione

Il recitativo

Il recitativo è il punto in cui il canto si avvicina maggiormente alla parola parlata. La linea vocale segue con relativa libertà il ritmo, gli accenti e l’intonazione del discorso, perché il suo compito principale è far procedere la vicenda: qui i personaggi si incontrano, discutono, raccontano ciò che è accaduto, prendono decisioni e modificano la situazione drammatica.

Nel melodramma barocco italiano il recitativo viene spesso sostenuto dal basso continuo, affidato a uno strumento capace di realizzare gli accordi, come il clavicembalo o la tiorba, insieme a uno strumento grave. Più avanti si distinguerà sempre più chiaramente il recitativo secco, accompagnato essenzialmente dal continuo, dal recitativo accompagnato o stromentato, nel quale interviene l’orchestra quando la situazione richiede maggiore intensità drammatica.

Il tempo dell’affetto

L’aria

Nell’aria accade quasi il contrario. L’azione tende a rallentare o addirittura a fermarsi e l’attenzione si concentra su ciò che il personaggio prova: dolore, amore, rabbia, gelosia, speranza, vendetta. La scrittura diventa più melodica e regolare, l’accompagnamento strumentale acquista maggiore rilievo e la voce può dispiegare tutte le proprie possibilità espressive.

Nel pieno Barocco l’aria assume spesso forme sempre più definite e, nel Settecento, l’aria col da capo diventa uno dei modelli più celebri: una prima sezione A è seguita da una sezione contrastante B e quindi dal ritorno di A, che il cantante può riproporre arricchendola di ornamentazioni. È proprio qui che il personaggio può trasformarsi anche in virtuoso e il teatro può, per qualche minuto, lasciare il posto al fascino assoluto della voce.

Perché aria e recitativo sono “diversi”: il recitativo tende a raccontare e a muovere l’azione, l’aria tende a dilatare il tempo per mettere a fuoco l’affetto. Per secoli questa alternanza costituisce l’ossatura del melodramma italiano, mentre gli altri numeri e dispositivi possono comparire, scomparire, espandersi o cambiare funzione. Nelle prime opere di Peri, Caccini e Monteverdi, però, la separazione non è ancora rigida e il passaggio fra declamazione e canto lirico rimane spesso fluido.
Arioso

La zona di confine

Più cantabile del recitativo ma meno chiuso e formalizzato dell’aria. È utilissimo per capire il primo Seicento, quando il tempo teatrale può passare gradualmente dalla parola alla melodia senza entrare ancora in caselle rigide.

Duetto, terzetto, ensemble

Più personaggi, più pensieri nello stesso istante

Quando più personaggi cantano insieme, il teatro può sovrapporre emozioni, intenzioni e punti di vista diversi. Questa possibilità diventerà particolarmente fertile nell’opera buffa.

Coro

La voce collettiva

Popolo, soldati, pastori, spiriti, cortigiani o divinità possono diventare un unico personaggio collettivo. Nel primo melodramma e nella tradizione francese il coro conserva un peso enorme.

Sinfonia, ouverture, ritornello

Il teatro parla anche senza parole

Interventi strumentali possono aprire l’opera, introdurre o collegare scene, accompagnare entrate e trasformazioni oppure creare uno spazio puramente musicale.

Danze e balli

Quando la musica diventa corpo

Il movimento può essere semplice festa, cerimonia o parte integrante dell’azione. Nel teatro francese di corte la danza diventerà uno degli elementi strutturali dello spettacolo.

Prologo

Prima che la storia cominci

Nelle opere di corte una figura allegorica può introdurre il dramma, spiegare il senso della festa o celebrare il committente. È teatro, ma anche rappresentazione del potere.

Il melodramma come cambio di marce del tempo teatrale

Il recitativo accelera l’azione, l’aria la dilata, l’arioso permette di passare dall’uno all’altra, l’ensemble sovrappone più tempi psicologici, il coro allarga l’individuo alla comunità, la danza trasforma la musica in corpo e l’orchestra può raccontare senza pronunciare una sola parola. L’opera non è dunque una sequenza di “canzoni”: è un sistema capace di modificare continuamente il modo in cui lo spettatore percepisce il tempo.

Librettista

Scrive il teatro

Costruisce o adatta la vicenda, definisce personaggi, dialoghi, versi, atti e scene pensando a un testo destinato a essere cantato.

Compositore

Scrive il tempo del teatro

Decide come le parole diventano ritmo, melodia, armonia, timbro e forma, lavorando sulle esigenze della voce e della scena.

Orchestra

Non semplice accompagnamento

Sostiene le voci, colora le situazioni, introduce e collega le scene e, con il procedere del Barocco, acquista una funzione drammatica sempre più autonoma.

Scena

La musica deve diventare visibile

Costumi, luci, prospettive, macchine, danza e movimento trasformano ciò che è scritto nel libretto e nella partitura in un avvenimento teatrale reale.

✦ Prova a leggerla come teatro

Chi sta facendo avanzare la storia?

Quando ascolti un frammento d’opera chiediti prima di tutto se in quel momento sta succedendo qualcosa oppure se un personaggio sta soprattutto fermando il tempo per dirci che cosa sente. È il modo più semplice per cominciare a riconoscere recitativo e aria senza dover ancora leggere la partitura.

La domanda successiva: che cosa cambia quando il personaggio non canta più da solo ma entra in un duetto, in un terzetto o in un coro?
09

Dietro le quinte: il teatro che il pubblico non vede

Quando si dice “opera” vengono subito in mente il cantante, il direttore d’orchestra e forse il compositore, ma uno spettacolo teatrale esiste soltanto perché dietro la scena lavora una quantità impressionante di persone che il pubblico quasi non vede. Nel Barocco questa realtà era ancora più evidente: quasi tutto ciò che accadeva materialmente in teatro veniva costruito, dipinto, cucito, spostato e azionato a mano.

Le scenografie erano dipinte su tele e pannelli, le architetture venivano costruite da falegnami e carpentieri, i costumi erano tagliati, cuciti, ricamati e decorati uno per uno, mentre le trasformazioni sceniche dipendevano da guide nel pavimento, funi, carrucole, argani, contrappesi, botole e macchine mosse da uomini nascosti sopra, sotto e accanto al palcoscenico. Persino quando una divinità scendeva dal cielo, una nave sembrava muoversi o una città crollava, dietro la “magia” non c’era elettricità: c’erano legno, ferro, tela, corde, geometria e forza umana.

Anche la luce era un mestiere. Candele e lampade dovevano essere accese, alimentate, schermate e disposte, mentre vetri colorati, riflettori e altri espedienti potevano modificare colore e intensità. Il teatro barocco era dunque una macchina tecnologica sofisticatissima, ma una tecnologia quasi interamente artigianale e manuale, nella quale la precisione degli uomini sostituiva ciò che oggi affidiamo a motori elettrici, centraline digitali e computer.

Macchina teatrale non significa motore

Nel Seicento la parola macchina indica un congegno capace di produrre un effetto: cambiare rapidamente una scena, far apparire una nuvola, sollevare un personaggio, simulare onde, tuoni, fulmini o crolli. Erano dispositivi complessi, ma venivano azionati manualmente. Per questo un grande spettacolo richiedeva non soltanto artisti, ma squadre coordinate di uomini capaci di costruire e far funzionare la meraviglia senza farsi vedere.

Bernardo Buontalenti

Firenze, 1589

Negli Intermedi della Pellegrina progetta scene, costumi e macchine spettacolari: il teatro di corte rinascimentale diventa un laboratorio di meraviglia pochi anni prima della nascita dell’opera.

Giacomo Torelli

Venezia, anni Quaranta del Seicento

Al Teatro Novissimo perfeziona sistemi di carrelli, argani e contrappesi che consentono cambi di scena rapidissimi e coordinati, sempre mossi da uomini nascosti sotto il palcoscenico.

I Bibiena

Fra Seicento e Settecento

Una dinastia di architetti e scenografi porta in tutta Europa prospettive oblique e spazi illusori sempre più complessi, facendo della scenografia una professione internazionale.

La continuità

Dal laboratorio alla scena

Le tecniche cambiano, ma il principio resta: dietro ogni illusione visibile c’è una filiera di progettazione, costruzione, pittura, montaggio e coordinamento.

Scenografo

Immagina lo spazio

Disegna l’ambiente nel quale la storia dovrà diventare visibile. Nel Barocco prospettiva dipinta e architettura effimera possono trasformare pochi metri di palcoscenico in palazzi, boschi, templi o città interminabili.

Pittore scenografo

Dipinge l’illusione

Fondali, quinte, cieli, marmi, rovine e paesaggi vengono costruiti col colore. Una colonna può essere soltanto tela e pittura, ma dalla platea deve sembrare pietra.

Falegname e carpentiere

Costruiscono ciò che deve reggere

Telai, praticabili, quinte, scale, strutture e piattaforme devono essere leggeri abbastanza da muoversi e solidi abbastanza da sostenere persone e macchine.

Macchinista / scenotecnico

Fa muovere il mondo

Corde, carrucole, argani, contrappesi, guide e botole trasformano il disegno in movimento. Nel Barocco la sincronizzazione è tutta affidata alla precisione delle squadre nascoste.

Attrezzista

Ogni oggetto deve comparire al momento giusto

Armi, lettere, bicchieri, corone, sedie, strumenti, candelabri e piccoli oggetti scenici devono essere preparati, controllati e collocati esattamente dove l’interprete li troverà.

Sarto e costumista

Il personaggio si indossa

Tessuti, ricami, imbottiture, gioielli, cappelli e scarpe costruiscono rango, epoca e carattere. Nel Barocco ogni costume nasce da una lavorazione manuale e spesso deve brillare alla luce instabile delle candele.

Trucco, parrucco, acconciatura

Il volto completa la metamorfosi

Parrucche, barbe, ciprie, acconciature e trucco trasformano il cantante in re, vecchio, dio, servo o creatura fantastica prima ancora che pronunci una nota.

Luci

Dal fuoco alla console digitale

Oggi il light designer programma fari, colori e movimenti, mentre nel teatro antico e barocco bisognava governare fonti reali di fuoco, riflessi, filtri e ombre, con molta meno luce e molto più rischio.

Direttore di scena

Coordina l’istante

Entrate, cambi scena, chiamate degli artisti e operazioni tecniche devono avvenire nello stesso tempo. È uno dei punti nei quali il teatro diventa organizzazione oltre che arte.

Fonico, video, automazione

I mestieri nuovi

Microfoni ambientali, comunicazioni interne, proiezioni, motori, sensori e sistemi digitali appartengono al teatro contemporaneo, ma continuano la stessa missione: far accadere qualcosa esattamente quando deve accadere.

Teatro barocco

Tutto passa dalle mani

Il fondale viene dipinto, il costume cucito, la struttura segata e inchiodata, la luce accesa, la scena trascinata, il dio sollevato, il tuono prodotto con una macchina e il cambio scena coordinato da uomini che lavorano nel buio. La meraviglia nasce dall’artigianato organizzato.

Teatro di oggi

Più tecnologia, non meno persone

Motori, fari LED, computer, video e sistemi automatizzati hanno cambiato gli strumenti, ma scene e costumi continuano a essere progettati, costruiti, dipinti, cuciti, montati, adattati e riparati da maestranze specializzate. Il backstage rimane una fabbrica di pezzi unici.

10

Monteverdi: l’esperimento diventa teatro

Con L’Orfeo, rappresentato a Mantova nel 1607, la corte dei Gonzaga entra nel nuovo linguaggio nato a Firenze e lo affida a un compositore capace di riunire madrigale, monodia, cori, danza e strumenti in una costruzione drammatica molto più ricca. Non è necessario immaginare una gara esplicitamente dichiarata fra Gonzaga e Medici per riconoscere quanto la competizione simbolica fra le corti fosse una parte naturale di quel mondo: Firenze aveva mostrato una strada, Mantova poteva ora dimostrare di saperla percorrere con mezzi ancora più spettacolari.

Monteverdi non cancella il Rinascimento ma lo trasforma, utilizzando forme e tecniche differenti secondo ciò che la scena richiede. Il rapporto fra aria e recitativo comincia a differenziarsi più chiaramente, ma senza la rigidità che assumerà in seguito, perché azione, affetto, coro e strumento restano ancora parte di una struttura mobile.

Cameo · Monteverdi

Il madrigale, eccellenza rinascimentale, si trasforma teatralmente e prende le armi: Tancredi e Clorinda

Nel Combattimento di Tancredi e Clorinda, tratto dalla Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, il madrigale diventa “genere rappresentativo”: il Testo — così Monteverdi chiama il ruolo del narratore — narra, Tancredi e Clorinda agiscono, mentre gli strumenti trasformano in suono l’agitazione del combattimento. Lo stile concitato mostra con particolare evidenza che la musica può ormai imitare il gesto e costruire direttamente l’azione scenica.

TassoLa poesia epica fornisce una scena già drammatica, costruita su riconoscimento, violenza e pietà.
Genere rappresentativoIl madrigale non scompare: impara a diventare teatro.
Stile concitatoLa scrittura strumentale trasforma fisicamente la battaglia in suono.
L'Orfeo di Monteverdi diretto da John Eliot Gardiner ▶Opera integrale · YouTube

L’Orfeo · Gardiner

Dipinto secentesco: Tancredi battezza Clorinda ferita, pittore italiano anonimo vicino allo stile di Sisto Badalocchio ▶Video · link scelto

Combattimento di Tancredi e Clorinda

Ascolto guidato

Dal canto alla rappresentazione

Confronta l’Orfeo con il Combattimento: nel secondo la musica arriva a imitare corsa, urto delle armi, respiro e gesto.

Monteverdi mette il dramma nel suono →
11

Venezia: dalla corte al botteghino, e dal botteghino a un sistema

Con l’apertura del Teatro San Cassiano nel 1637 il melodramma entra stabilmente nel circuito dello spettacolo pubblico a pagamento. La prima stagione si apre con l’Andromeda di Francesco Manelli, e da quel momento l’opera deve confrontarsi con un problema che a Firenze e Mantova era meno urgente: non basta stupire un principe, bisogna convincere un pubblico a comprare il biglietto, affittare i palchi e tornare la sera successiva.

Venezia trasforma quindi l’opera in un sistema produttivo. Famiglie proprietarie dei teatri, impresari, librettisti, compositori, cantanti, scenografi e tecnici devono coordinarsi entro una stagione, con costi reali e un pubblico capace di premiare o affossare uno spettacolo. Il cantante acquista un peso economico crescente, l’aria diventa un punto d’attrazione, ma contemporaneamente la macchina scenica deve offrire trasformazioni sempre più rapide e spettacolari.

Nel nuovo mercato veneziano Anna Renzi, protagonista della Finta pazza del 1641, rende evidente il peso professionale della cantante-attrice nel richiamo del pubblico: qualità interpretativa e successo economico diventano inseparabili. Barbara Strozzi, invece, pubblica musica vocale raffinata nello stesso ambiente cittadino senza che si possa dimostrare una sua carriera sulle scene operistiche. Madrigali e cantate appartengono al percorso sul Barocco, non a un presunto elenco di primedonne.

Monteverdi arriva al teatro pubblico, Cavalli lo rende un linguaggio stabile

Negli ultimi anni della sua vita Monteverdi entra pienamente nella stagione veneziana con opere come Il ritorno d’Ulisse in patria e L’incoronazione di Poppea. Subito dopo Francesco Cavalli, spesso insieme al librettista Giovanni Faustini, diventa uno degli uomini decisivi per la stabilizzazione del nuovo sistema: recitativo, aria, duetti e scene comiche vengono organizzati con una flessibilità adatta a un teatro che deve produrre continuamente nuovi spettacoli.

1637

San Cassiano: con l’Andromeda di Manelli l’opera pubblica veneziana apre una nuova economia dello spettacolo.

1641

Al Teatro Novissimo La finta pazza consacra Anna Renzi e le macchine di Giacomo Torelli.

1643

Anna Renzi interpreta Ottavia nell’Incoronazione di Poppea: la cantante diventa anche attrice e star.

anni 1640–50

Cavalli e Faustini contribuiscono a rendere l’opera veneziana un modello esportabile.

Il testo entra nell'impresa teatrale

Busenello, Faustini e Minato: chi inventa la Venezia dell'opera?

Frontespizio della stampa veneziana del 1656 del libretto di L'incoronazione di Poppea, opera su versi di Busenello, con cornice tipografica e anno 1642 di prima rappresentazione.
La poesia si stampa. Frontespizio del libretto dell'Incoronazione di Poppea nell'edizione veneziana del 1656. L'anno 1642 leggibile nel documento si riferisce alla rappresentazione indicata, non alla pubblicazione di questo esemplare. Fonte: Wikimedia Commons · pubblico dominio.

Quando il melodramma esce dal palazzo e incontra il pubblico pagante, anche il poeta teatrale cambia mestiere. Non consegna semplicemente parole da rivestire di note: costruisce personaggi, svolte della vicenda, occasioni per il canto, scene di meraviglia e contrasti che devono reggere davanti a spettatori diversi. Il libretto è anche un oggetto stampato: annuncia uno spettacolo, documenta nomi e dedicatari, circola fra città e teatri e può sopravvivere quando la musica va perduta. Non va però scambiato automaticamente con ciò che fu cantato in ogni rappresentazione: il testo a stampa, la partitura e la prassi scenica possono divergere.

Giovan Francesco Busenello (1598–1659), poeta veneziano, costruisce per L'incoronazione di Poppea un mondo nel quale ambizione, desiderio e ragion di Stato non coincidono con un semplice premio della virtù. L'ultima parola, sulla scena, non appartiene necessariamente alla giustizia: il libretto invita a interrogare lo spettatore, non a rassicurarlo. Busenello scrive anche per Francesco Cavalli, mostrando che l'identità del poeta non dipende da un unico compositore. Non basta dire «opera di Monteverdi»: occorre chiedersi quale lettura della storia propone il testo di Busenello?

Con Giovanni Faustini (1615–1651) il rapporto con Cavalli diventa una delle collaborazioni decisive dell'opera veneziana: intrecci d'invenzione, travestimenti, errori di riconoscimento e passioni contrastanti richiedono al compositore di passare rapidamente fra parola declamata e canto più disteso. Nicolò Minato (circa 1627–1698), poeta attivo prima a Venezia e poi alla corte imperiale di Vienna, rende visibile un altro fenomeno: testi, modelli narrativi e professionisti attraversano le frontiere, si adattano a compagnie e committenze differenti. Non tutti i librettisti scrivono con il medesimo stile, né tutti hanno la stessa autonomia rispetto al teatro e all'impresario.

Prima di Venezia, a Mantova, Alessandro Striggio il giovane aveva scritto la favola di Orfeo per Monteverdi (1607): un'occasione utile per confrontare la trama affidata al libretto con le soluzioni della partitura e delle fonti a stampa. Dalla corte all'impresa non cambia solo chi paga lo spettacolo: cambia per chi e per che cosa si scrive.

✦ Per iniziare · Il libretto non è la partitura. Scegli L'incoronazione di Poppea: riassumi in due righe chi ottiene il potere, poi chiediti se la musica debba approvare moralmente ciò che i personaggi desiderano. Confronta la risposta con la funzione del lieto fine nell'Euridice di Rinuccini.

Fonti: Treccani · Busenello ↗ · Corago · ricerca nei libretti storici ↗. Come si legge e si confronta un libretto? ↗

11 bis · Dentro la sala

Il pubblico dell’opera: guardare la scena, guardarsi fra i palchi

Dire “pubblico pagante” non significa immaginare una platea moderna seduta in silenzio e al buio. Nel teatro veneziano del Seicento i palchi sono contemporaneamente posti da cui vedere e spazi nei quali essere visti: il loro possesso o affitto segnala posizione sociale, offre relativa privacy e permette incontri. Il parterre accoglie un pubblico diverso, mentre durante il Carnevale arrivano anche forestieri e visitatori. L’opera pubblica è commerciale proprio perché deve parlare a una società stratificata e mobile.

La sala, inoltre, rimane illuminata molto più di quanto siamo abituati oggi e l’attenzione non è continua né disciplinata secondo il moderno rito del concerto. Si conversa, ci si sposta, si seguono con intensità alcuni momenti e meno altri. Un’aria della cantante attesa può improvvisamente concentrare l’ascolto di persone che fino a poco prima stavano usando il teatro anche come luogo di relazione sociale. Il teatro non è soltanto lo spazio dello spettacolo: è esso stesso uno spettacolo della società.

Palco

Una stanza affacciata sul teatro

Prestigio, socialità e visibilità: il palco permette di assistere allo spettacolo ma anche di ricevere, conversare e mostrare la propria posizione.

Parterre

Un pubblico più mescolato

La parte bassa della sala ospita spettatori con condizioni diverse da quelle dei palchettisti. A Venezia la composizione del pubblico è più ampia di quella di una festa esclusivamente cortigiana.

Il silenzio non è eterno: è una convenzione storica

Per molti secoli andare a teatro non significa entrare in uno spazio nel quale ogni rumore del pubblico è considerato una violazione. Il comportamento cambia nel tempo insieme all’architettura, all’illuminazione e all’idea stessa di “opera d’arte”. Capire questo ci impedisce di proiettare il nostro modo di ascoltare sul Seicento.

12

La strada francese: il teatro passa anche attraverso il corpo

Mentre in Italia il melodramma procede verso il teatro pubblico e il predominio crescente del cantante, nella Francia di Luigi XIV la scena sviluppa un’altra soluzione, nella quale musica, parola, danza, gesto, coro e apparato di corte restano strettamente intrecciati. Il sovrano danza personalmente nei grandi ballets de cour, mentre la disciplina del corpo diventa anche una rappresentazione visibile dell’ordine monarchico.

Al centro di questa trasformazione c’è un italiano: Jean-Baptiste Lully nasce a Firenze nel 1632 come Giovanni Battista Lulli e arriva giovanissimo in Francia. La collaborazione con Molière porta alla comédie-ballet, ma dal 1672, quando Lully assume il controllo dell’Académie Royale de Musique, la sua strada si separa da quella di Molière e, insieme al librettista Philippe Quinault, prende forma la tragédie en musique: recitativo modellato sulla prosodia francese, cori, orchestra, danze e grandi divertissements concorrono alla stessa architettura.

Disegno del 1653 per il Ballet de la Nuit: Luigi XIV figura come Sole in un costume a raggi dorati con copricapo decorato.
Il sovrano come Sole. Disegno di costume per il Ballet de la Nuit (1653), in cui il giovane Luigi XIV compare come astro del giorno. Autore del disegno non identificato; testimonianza d'epoca, non fotografia di una rappresentazione. Bibliothèque nationale de France, dipartimento Estampes et photographie, raccolta Hennin, n. 3674. Riproduzione: Wikimedia Commons · pubblico dominio ↗ · Originale digitalizzato: BnF / Gallica ↗.

Il balletto come autorappresentazione del potere. Nel Ballet de la Nuit, rappresentato nel 1653, Luigi XIV adolescente appare nel ruolo del Sole. L'immagine non descrive genericamente il «fasto barocco»: permette di vedere come un personaggio politico si costruisse davanti alla corte anche attraverso costume, danza e allegoria. La luce che scaccia la notte traduce in gesto e spettacolo un'idea di ordine monarchico.

Non bisogna attribuire automaticamente a Lully la musica dell'intero balletto o immaginare che questa figura rappresenti una messinscena fotografata: si tratta di un documento figurativo contemporaneo, da leggere accanto alle testimonianze musicali e coreografiche. La carriera francese di Lulli/Lully si svilupperà dentro questo mondo, trasformandone poi i modelli teatrali.

Una forma propria, non una copia dell’Italia

Da Cadmus et Hermione del 1673 fino ad Atys e Armide, la tradizione di Lully e Quinault costruisce un modello nel quale la continuità scenica pesa più dell’esibizione isolata del cantante. È questa eredità francese, insieme alla centralità della danza e del coro, che tornerà decisiva quando Gluck lavorerà a Vienna e poi a Parigi. L’opéra-comique, che incontreremo più avanti, possiede invece una genealogia diversa legata ai teatri di fiera e al vaudeville: non discende semplicemente da Lully.

Due strade parallele: l’Italia concentra sempre più energia sulla voce e sul mercato teatrale, mentre la Francia conserva più fortemente l’idea di uno spettacolo nel quale parola, corpo, coro, danza e orchestra partecipano alla stessa architettura.

Quinault e Lully: la tragedia si scrive anche per il coro e la danza

Il confronto fra Italia e Francia non riguarda soltanto il gusto musicale. Philippe Quinault (1635–1688) collabora con Lully nella costruzione della tragédie en musique: prologhi, grandi quadri, interventi collettivi e spazio per il ballo appartengono già all'architettura drammatica. Il poeta deve predisporre una scena che possa essere cantata, danzata e vista. Un libretto come Armide (1686) mette così a disposizione del compositore il conflitto fra magia, passione e dovere; non è soltanto una trama da abbreviare prima dell'esecuzione.

Leggere un libretto francese accanto a uno veneziano significa osservare diverse idee del tempo teatrale: dove parla il singolo? Dove deve agire una collettività? E in quale punto la danza porta avanti un significato che le parole non esprimono da sole?

13

Il Settecento organizza l’opera: seria e buffa, due mondi quasi stagni

La grande biforcazione settecentesca

Una stessa lingua teatrale, due universi che tendono a separarsi

Nel Settecento italiano il melodramma si organizza sempre più chiaramente intorno a due poli che, pur non essendo mai compartimenti ermetici in senso assoluto, diventano così riconoscibili da funzionare quasi come due sistemi distinti. Da una parte l’opera seria, che si appropria del registro alto, del mito, della storia antica, dei sovrani, degli eroi e delle passioni esemplari, mentre dall’altra l’opera buffa, che porta in primo piano servi, padroni, mercanti, giovani innamorati, vecchi gelosi, denaro, matrimonio, fame, astuzia e conflitti della vita quotidiana. È una separazione estetica e sociale prima ancora che musicale, perché cambia il tipo di personaggio ammesso sulla scena, cambia il linguaggio con cui parla e canta, cambia il rapporto con il pubblico e cambia perfino il modo in cui il tempo teatrale viene organizzato.

Opera seria

Il mondo alto

L’opera seria tende a collocare i propri protagonisti nella storia antica, nel mito o nelle gerarchie del potere, affidando a re, condottieri, principesse ed eroi passioni che devono apparire grandi quanto il loro rango. Il linguaggio poetico è elevato, il recitativo porta avanti l’intreccio e l’aria, sempre più spesso costruita secondo il modello col da capo, concentra l’attenzione sull’affetto e sulla magnificenza della voce.

In questo sistema primedonne e castrati possono diventare il vero centro economico e spettacolare della serata, tanto che il pubblico finisce spesso per attendere l’aria del cantante celebre quasi indipendentemente dalla continuità dell’azione. Metastasio porterà questa macchina a una straordinaria perfezione formale, proprio mentre la sua regolarità comincerà a renderne evidenti le convenzioni.

Opera buffa

Il mondo vicino

L’opera buffa guarda invece verso personaggi che lo spettatore può riconoscere nella propria esperienza sociale e trasforma in materia teatrale la casa, il lavoro, il denaro, il matrimonio e la differenza di classe. La tradizione della Commedia dell’Arte non scompare, ma i suoi tipi — il vecchio, il servo astuto, la servetta, gli innamorati — perdono progressivamente la fissità della maschera e acquistano carattere individuale, esattamente mentre Goldoni compie un movimento analogo nel teatro di prosa.

Musicalmente il comico ha bisogno di una scena più mobile: la parola deve reagire rapidamente, il gesto conta, l’equivoco deve scattare al momento giusto e soprattutto i personaggi possono cantare insieme, sovrapponendo intenzioni diverse nello stesso pezzo d’insieme. È qui che il melodramma italiano sviluppa una seconda straordinaria competenza: non soltanto fermare il tempo nell’aria, ma farlo correre attraverso il dialogo e l’ensemble.

L’opera seria diventa dunque il grande modello internazionale del canto italiano, della vocalità virtuosistica e della forma, mentre l’opera buffa svilupperà l’altra metà di quella stessa identità teatrale, più mobile, quotidiana e incline alla caratterizzazione dei personaggi. Pensarle come due categorie quasi stagne è pedagogicamente utile proprio perché permette di capire quanto sarà significativa, più tardi, la loro possibilità di incontrarsi di nuovo.

La separazione, inoltre, spiega bene perché la satira di Benedetto Marcello possa colpire con tanta precisione il mondo dell’opera seria: quando un sistema ha ormai i propri ruoli, le proprie star, le proprie regole e perfino i propri difetti ricorrenti, diventa possibile riconoscerlo e prenderlo in giro. E sarà proprio contro alcune di quelle convenzioni che, alla fine del nostro percorso, Gluck proverà a intervenire.

Händel

L’opera italiana diventa europea

A Londra compone per decenni opere in lingua italiana e dimostra quanto il modello serio possa funzionare lontano dall’Italia, adattandosi a un mercato internazionale di cantanti e pubblico.

Vivaldi

Non soltanto concerti

Il “Prete Rosso” lavora intensamente per il teatro d’opera come compositore e impresario: è proprio questa attività che rende ancora più pungente la caricatura di Marcello.

Un caso di studio: dello Scanderbeg (1718) sopravvivono solo frammenti musicali; la versione rappresentata a Tirana nel 2012 fu una reinvenzione contemporanea, non un recupero integrale né un’esecuzione filologica. Leggi l'indagine sulle fonti, la ricostruzione di Venerucci e Principe e le recite del TKOB ↗.

Hasse

Metastasio in musica

Nel pieno Settecento Johann Adolf Hasse diventa uno dei massimi interpreti internazionali del dramma metastasiano e del canto italiano.

Farinelli

La star può attraversare l’Europa

Carlo Broschi, detto Farinelli, è il castrato più celebre della sua epoca: la sua carriera rende evidente quanto il cantante possa diventare un centro artistico, sociale ed economico autonomo.

Attenzione all’ascolto moderno: quando oggi una parte originariamente destinata a un castrato viene cantata da un controtenore, non stiamo ascoltando la stessa fisiologia vocale. È una soluzione esecutiva contemporanea che permette però di avvicinarsi a quel repertorio senza fingere di ricostruire il passato alla lettera.
Jakub Józef Orliński interpreta Vedrò con mio diletto di Vivaldi ▶Opera seria · 1724

Vivaldi · Vedrò con mio diletto

Roma · 1724

Giustino

L’aria appartiene all’atto I dell’opera: apri la partitura e osserva come il numero chiuso si inserisce dentro una scena più ampia.

Apri la partitura →
La star

Castrati e primedonne

Il sistema vive anche di interpreti celebri, contratti, rivalità e aspettative del pubblico: la voce può diventare un marchio.

Verso Marcello →
La riforma inizia dalla penna

Prima di Gluck: Apostolo Zeno e Pietro Metastasio riorganizzano il dramma

Si parla spesso delle riforme dell'opera come di rivoluzioni decise dai compositori. Ma già fra la fine del Seicento e il primo Settecento una parte della trasformazione passa per il libretto. Il veneziano Apostolo Zeno (1668–1750) cerca maggiore coerenza, dignità letteraria e plausibilità morale per il dramma serio, attingendo soprattutto alla storia e ridimensionando gradualmente le intrusioni comiche e la proliferazione delle ariette. Non è un gesto isolato né una riforma conclusa in un anno: altre penne e altre pratiche teatrali partecipano al cambiamento.

Pietro Metastasio (1698–1782) porta la tensione fra affetto privato e dovere pubblico a una chiarezza poetica capace di attraversare l'Europa. Nei suoi drammi un sovrano deve scegliere fra desiderio e giustizia, un innamorato fra felicità e fedeltà, un personaggio fra ciò che sa e ciò che gli altri credono. Il recitativo fa procedere l'informazione e il confronto; l'aria può dare forma riconoscibile a un affetto, prima che un nuovo evento rimetta in discussione l'equilibrio. È un modello storico fecondissimo, non una legge che valga per tutta l'opera seria.

Un medesimo libretto di Metastasio poteva ricevere musiche diverse, essere adattato e viaggiare fra i teatri. Questo rovescia una nostra abitudine: oggi diciamo spesso «l'opera di un compositore», mentre per il pubblico settecentesco il nome del poeta e il testo stesso potevano avere una riconoscibilità autonoma. Continua nel percorso classico: Zeno e Metastasio letti come drammaturghi ↗.

✦ Per iniziare. Prendi una scena di Didone abbandonata o di Artaserse: segna in due colori i versi che comunicano qualcosa e quelli che fermano il tempo per esprimere un sentimento. Poi verifica se questa distinzione regge all'ascolto oppure se la musica la rende più sfumata.

Fonti: Treccani · Zeno ↗ · Treccani · Metastasio ↗.

13 bis · Come cambia la voce

Le voci delle origini: dalla parola intonata al virtuoso barocco

La storia della nascita dell'opera è anche la storia di un corpo che impara a trasformare la parola in spettacolo. Non esiste un passaggio netto da cantanti primitivi, capaci soltanto di declamare, a virtuosi settecenteschi già «moderni»: la tecnica del canto possedeva tradizioni complesse ben prima del 1600. Cambiano però le scene, le esigenze del racconto, il ruolo degli strumenti, la distribuzione dei personaggi e il valore sociale attribuito alla bravura vocale.

La parola prima della gara degli acuti

Nei tentativi fiorentini di Peri e Caccini la voce deve rendere comprensibile la parola poetica; il nuovo recitar cantando affida grande rilievo all'accento, alla durata delle sillabe e alla flessibilità del fraseggio. Non è parlato intonato in modo approssimativo. Richiede orecchio, controllo dell'emissione, gestione delle consonanti e senso delle relazioni armoniche con il basso continuo. Nei teatri di corte il suono di una voce deve rispondere alla dimensione dello spazio e al numero degli strumenti; la priorità non è identica a quella di un teatro ottocentesco con orchestra più ampia.

Con Monteverdi gli interpreti attraversano parlar cantando, linee più distese, ornamentazione, lamentazione e dialoghi con gli strumenti. «Possente spirto» nell'Orfeo rappresenta un caso eloquente: l'abilità del protagonista è parte dell'intreccio, perché il canto tenta di convincere Caronte. Le diminuzioni e il virtuosismo, quindi, non sono per forza ornamenti inutili: possono essere il gesto drammatico stesso. Nel Combattimento di Tancredi e Clorinda (1624, pubblicato nel 1638), invece, la voce del Testo narra il duello mentre gli strumenti partecipano alla raffigurazione dell'azione. Lo stesso secolo conosce più modi di costruire la voce teatrale.

Che cosa chiedono le prime sale d'opera?

Il passaggio dalle feste di corte ai teatri veneziani aperti a un pubblico pagante modifica l'economia delle compagnie: la reputazione dei cantanti diventa fondamentale per vendere posti e attirare finanziamenti. Una voce memorabile è anche un investimento, una firma artistica riconoscibile. Cantatrici come Anna Renzi, attiva nel Seicento veneziano, testimoniano quanto l'espressività, la declamazione e la presenza teatrale potessero contribuire al successo. Non è soltanto l'estensione a rendere importante un interprete: la capacità di alternare passioni in scena è altrettanto decisiva.

Le condizioni acustiche cambiano da teatro a teatro, e nessuna ricostruzione semplicistica permette di affermare che tutti cantassero «più piano», senza vibrato oppure solo in falsetto. Le testimonianze sono indirette: spartiti, cronache, trattati, descrizioni degli edifici. Le registrazioni moderne di canto barocco aiutano a comprendere alcune possibili soluzioni, ma non restituiscono in modo documentario la voce originale del Seicento.

Il primo Settecento: l'ornamentazione diventa prestigio

Nell'opera seria, la grande aria e il suo eventuale ritorno ornato possono mettere in primo piano la specializzazione del cantante. L'arte comprende trillo, agilità, salti, sfumature, portamento, intonazione e messa di voce, non soltanto una velocissima sequenza di note. In alcune produzioni gli interpreti introducono arie di baule, adatte alle proprie qualità, anche quando interrompono la coerenza di un dramma: è una testimonianza tanto della libertà degli artisti quanto delle tensioni fra libretto, partitura e mercato teatrale.

Pier Francesco Tosi, nelle Opinioni de' cantori antichi e moderni del 1723, discute l'arte dei cantanti, le mode e le derive del gusto. Non è una fotografia neutrale di tutto il Barocco: l'autore difende determinati ideali e critica altre prassi. La voce biografica Treccani aiuta a collocare le sue osservazioni nel loro contesto polemico.

Voci acute maschili, cantanti donne e ruoli di potere

Il repertorio secentesco e settecentesco impiega una distribuzione vocale che non coincide con i cartelloni attuali. I ruoli maschili di alta tessitura possono essere scritti per castrati, accanto a parti destinate a cantanti donne e ad altre tipologie vocali. Il corpo modificato dall'evirazione precoce è il risultato di una pratica violenta su minori: l'ammirazione per le capacità dei celebri castrati non può trasformarsi in una giustificazione storica. I moderni controtenori che affrontano quelle parti possiedono una diversa condizione fisiologica e tecnica.

Nel racconto di Farinelli, Carlo Broschi (1705–1782), si mescolano abilità testimoniate dalle fonti, contratti di corte, celebrità europea e aneddoti difficili da controllare. Si racconta, ad esempio, di esecuzioni ripetute alla corte di Filippo V di Spagna: una tradizione divenuta leggendaria, non una registrazione delle singole serate. La storia della vocalità deve tenere insieme lo splendore dell'arte e le condizioni che ne hanno reso possibile, talvolta tragicamente, l'esistenza. Metropolitan Opera: storia dei castrati ↗.

✦ Ascolto e interpretazione

Due voci di Orfeo, due epoche: confronta l'ornamentazione come persuasione nel Monteverdi di «Possente spirto» e il dolore esposto con maggior economia melodica nel Gluck di «Che farò senza Euridice». Gli estratti sono disponibili anche nell'Audioteca del melodramma; la guida completa alla tecnica e alle tipologie vocali è nella Anatomia del melodramma, capitolo VIII.

Ascolto comparato immediato · Orfeo

Avvia qui i due brani; soffermati sulla diversa funzione dell'ornamento e sulla relazione fra parola, respiro e orchestra.

1 · VOCI IN ASCOLTO

Monteverdi · «Possente spirto»

La voce vuole persuadere Caronte.

▶ Riproduci il video

Christian Gerhaher · Ivor Bolton · Registrazione originale ↗

2 · VOCI IN ASCOLTO

Gluck · «Che farò senza Euridice»

La voce dà forma a una perdita.

▶ Riproduci il video

Jakub Józef Orliński · Il Giardino d'Amore · Registrazione originale ↗

Tocca una miniatura per ascoltare.

Le incisioni sono moderne e le voci non equivalgono automaticamente a quelle delle prime rappresentazioni.

13 bis · Una mappa europea

L’opera viaggia, ma non arriva ovunque nello stesso modo

Nel Settecento l’opera italiana è una lingua internazionale, ma l’Europa non diventa italiana per decreto. Ogni città e ogni corte combina modelli importati con tradizioni locali, lingue diverse e pubblici differenti.

Londra · Händel e oltre

Italiano sul Tamigi, ma anche reazione inglese

Händel costruisce a Londra una grande stagione di opera seria italiana. Nel 1728 John Gay e Johann Christoph Pepusch rispondono con The Beggar’s Opera, una ballad opera con dialoghi parlati, melodie note e satira del sistema alto. Più avanti Thomas Arne cercherà anche una via inglese al teatro musicale.

Amburgo · Reinhard Keiser

Un teatro pubblico tedesco

Il mercato operistico amburghese sviluppa una tradizione in lingua tedesca capace di mescolare modelli italiani, francesi e locali. Keiser, autore prolificissimo, è uno dei maestri dai quali il giovane Händel impara il mestiere teatrale.

Madrid · zarzuela

Parola parlata, canto e danza

La Spagna possiede dal Seicento una propria tradizione di teatro musicale. Nel Settecento Sebastián Durón, Antonio Literes e José de Nebra mostrano una via che dialoga con l’Italia senza dissolversi nell’opera italiana.

San Pietroburgo · Francesco Araja

L’opera italiana arriva in Russia

Chiamato alla corte russa nel 1735, Araja porta il melodramma italiano a Pietroburgo. Nel 1755 musica Cefal i Prokris di Sumarokov, su libretto originale russo e con cantanti russi: un segno di quanto il modello importato possa generare tradizioni nuove.

La visione: l’opera non si diffonde come un prodotto identico copiato da una capitale all’altra. Viaggiano cantanti, libretti, partiture, impresari e convenzioni, e ogni luogo li traduce dentro la propria lingua teatrale.
14

Goldoni: dalla maschera alla persona

Nel Settecento Carlo Goldoni trasforma progressivamente la tradizione della Commedia dell’Arte, sostituendo il canovaccio con una scrittura più definita e costruendo personaggi che non coincidono più completamente con tipi fissi. Il teatro comincia così a rappresentare con maggiore precisione lavoro, denaro, nobiltà, borghesia e rapporti sociali, mentre le maschere non scompaiono ma vengono gradualmente ricondotte verso la dimensione festiva e carnevalesca.

È qui che una figura come Mirandolina acquista particolare importanza: la protagonista della Locandiera lavora, amministra, legge perfettamente le debolezze degli uomini che la circondano e possiede un’autonomia che non deriva dall’appartenenza a una grande dinastia. Il comico comincia a diventare uno strumento stabile attraverso il quale la società può guardare le proprie gerarchie e scoprirne le contraddizioni.

Goldoni non scrive soltanto commedie: scrive anche per la musica

Goldoni è anche un prolifico librettista. Dalla fine degli anni Quaranta collabora con Baldassare Galuppi in una serie di drammi giocosi, fra cui L’Arcadia in Brenta e Il filosofo di campagna. È un passaggio importante perché la sua attenzione al carattere, al dialogo e alla società non resta confinata al teatro di prosa: entra direttamente nella storia dell’opera comica e prepara quel terreno nel quale serio e buffo potranno tornare a convivere.

Carlo Goldoni +Riforma del comico

Dalla maschera al carattere

Edizione o illustrazione della Locandiera +1753 · testo

Mirandolina entra in scena

15

Marcello: quando il teatro mette sotto accusa sé stesso

Nel 1720 Benedetto Marcello pubblica anonimamente a Venezia Il teatro alla moda, uno dei testi più divertenti e più feroci dell’intera storia dell’opera. Il sottotitolo finge di presentarlo come un “metodo sicuro e facile” per comporre ed eseguire le opere italiane “all’uso moderno”, ma il meccanismo è esattamente rovesciato: ogni consiglio indica ciò che, secondo Marcello, non si dovrebbe fare. Il poeta deve costruire intrecci incomprensibili, il compositore deve ignorare le regole, il cantante deve alterare ciò che è scritto, l’impresario deve badare al denaro più che all’arte, il protettore deve imporre la propria virtuosa e la madre della diva deve trasformarsi in una macchina instancabile di promozione della figlia.

La forza del libro consiste proprio nel non risparmiare nessuno. Il bersaglio non è soltanto il “cattivo compositore”, ma l’intera industria dell’opera: poeti, maestri di cappella, castrati, cantatrici, impresari, orchestrali, ballerini, scenografi, sarti, copisti, suggeritori, avvocati del teatro, protettori, dispensatori di biglietti, affittapalchi e perfino il pubblico che pretende di giudicare ogni cosa senza necessariamente capirne nulla. Marcello descrive quindi un sistema nel quale tutti hanno interesse a piegare il dramma alle proprie esigenze, finché il teatro rischia di non appartenere più al poeta o al compositore, ma alla somma dei compromessi fra chi lo produce, chi lo finanzia, chi lo canta e chi applaude.

Perché Marcello occupa tanto spazio: non perché il Teatro alla moda sia “più importante” di Lully o Gluck, ma perché funziona come una radiografia dell’intero sistema teatrale. Star che impongono repertorio, famiglie che gestiscono carriere, produttori ossessionati dai costi, effetti speciali usati per vendere lo spettacolo, compromessi fra arte e mercato, pubblico che giudica e mode che comandano: molte delle sue caricature possono essere tradotte quasi senza sforzo nel teatro di oggi. Per questo qui Marcello non è soltanto una tappa storica: è uno specchio critico.
Il frontespizio è già una caricatura

“Stampato ne’ Borghi di Belisania per Aldiviva Licante…”

Le indicazioni tipografiche sono false e costruite come un rebus per il pubblico veneziano. Dietro nomi apparentemente assurdi Marcello nasconde cantanti, compositori e uomini di teatro contemporanei. Alcune identificazioni furono sciolte grazie ad annotazioni settecentesche ritrovate nel Novecento: il lettore dell’epoca poteva quindi divertirsi a riconoscere persone reali prima ancora di aprire il libro.

BORGHI + BELISANIA

Due cantanti

Caterina Borghi e Cecilia Belisani: i loro cognomi vengono trasformati addirittura nel luogo immaginario di stampa.

ALDIVIVA

Antonio Vivaldi

L’anagramma più celebre. Vivaldi è anche raffigurato nella vignetta come un angelo col cappello da prete che suona il violino.

LICANTE

Caterina Canteli

Un altro anagramma, questa volta costruito sul cognome della virtuosa bolognese.

ORSO IN PEATA

Orsatti + Modotto

L’orso allude all’impresario Giovanni Orsatti, mentre la “peata”, barca veneziana, rinvia all’impresario Modotto, che secondo le annotazioni era stato padrone di peate.

STRADA + CORALLO

Due virtuose

Anna Maria Strada e Antonia Maria Laurenti, detta “la Coralla”: perfino una finta strada veneziana diventa un catalogo di cantanti.

PORTA + PALAZZO + ORLANDO

Due compositori e un poeta

Giovanni Porta e Giuseppe Maria Orlandini sono compositori, Giovanni Palazzi è poeta e librettista: la geografia inventata del frontespizio è in realtà una mappa cifrata del mondo operistico contemporaneo.

Nella vignetta la battuta diventa figura: Vivaldi, il “Prete Rosso”, compare come un angelo violinista al timone della barca, mentre l’orso rappresenta Orsatti. La stessa immagine mette quindi insieme teatro, impresariato, caricatura personale e allusione al Teatro Sant’Angelo, uno dei luoghi centrali dell’attività operistica vivaldiana.

Il “manuale” funziona per antifrasi: consiglia esattamente il peggio

Marcello non scrive “i compositori sono ignoranti” o “le dive sono capricciose”. È molto più efficace: ordina al compositore di non conoscere le regole del comporre, al poeta di non preoccuparsi che l’aria abbia rapporto con il recitativo, alla cantante di arrivare alle prove con pretese sempre nuove, all’impresario di non capire nulla di musica, poesia o pittura. Il lettore comprende da solo che il consiglio è un’accusa. La ripetizione ossessiva di “dovrà”, “farà”, “pretenderà” trasforma il libello in un codice professionale perfettamente capovolto.

Il poeta

L’intreccio può anche non capirsi

Marcello lo immagina pronto a riciclare vecchi soggetti, cambiare nomi e versi, inserire ariette stereotipate e modificare continuamente il dramma per accontentare cantanti, impresario e protettori. La satira colpisce la perdita di autonomia del librettista.

Il compositore

Più note, meno teatro

È accusato di comporre senza vera scienza, riciclare materiale, adattare la musica alle pretese delle star e sacrificare intere scene pur di non rinunciare alle arie di successo. In controluce compare l’ideale opposto di Marcello: tecnica, misura e subordinazione della musica alla coerenza drammatica.

I virtuosi

La parte deve servire il cantante

Castrati e cantanti vengono caricaturati come padroni del palcoscenico, capaci di modificare tempi, trilli, cadenze, abiti e perfino la struttura della parte per mettere in mostra la propria bravura più che il personaggio.

Le cantatrici

La diva prima del personaggio

La virtuosa deve pretendere la prima parte, farsi desiderare dall’impresario, ottenere impieghi per parenti e accompagnatori, controllare quantità e qualità delle arie e non prestare troppa attenzione alle rivali mentre cantano. È il divismo settecentesco visto attraverso una lente volutamente deformante.

L’impresario

Il teatro come impresa

Dovrebbe, ironicamente, non capire nulla di musica o poesia ma sapere benissimo dove risparmiare e dove spendere per star, animali, lampi, terremoti e “scene di forza”. Marcello colpisce il momento in cui l’opera è diventata anche un’attività commerciale.

Avvocati e protettori

La rete delle pressioni

Non sono “procuratori” nel senso moderno, ma uomini capaci di intervenire nei contratti, nelle scritture, nelle dispute e soprattutto nella carriera delle virtuose. Il protettore della cantante fa pressioni su poeta e compositore perché la sua favorita abbia arie, trono, seguito e prestigio adeguati.

Le madri delle virtuose

Le vere manager di famiglia

È uno dei ritratti più comici: accompagnano sempre la figlia, suggeriscono trilli e passi mentre canta, ne abbassano opportunamente l’età e partecipano alla costruzione pubblica della “diva”. Marcello le tratta come un pezzo fondamentale dell’apparato promozionale della cantante.

Il pubblico

Giudice senza competenza

Anche le “maschere” in platea vengono sbeffeggiate: non devono intendersi di musica, poesia, scene o balli, ma devono naturalmente decidere di tutto. La satira si chiude così sul consumatore stesso dello spettacolo.

Attenzione: Il teatro alla moda è una fonte straordinaria proprio perché è faziosa. Marcello non fotografa con neutralità il teatro veneziano: lo deforma deliberatamente per difendere un’idea di ordine, cultura e “buon gusto” contro ciò che considera il dominio della moda, del mercato e del divismo. Per questo bisogna leggerlo insieme come documento storico, caricatura e manifesto estetico.
16

La nascita dell’opera buffa: quando il comico conquista una casa propria

L’opera buffa non nasce in un giorno e non possiede un unico certificato di nascita. All’inizio del Settecento, soprattutto a Napoli, esiste già una vivace tradizione di commedia per musica, mentre nelle stagioni dell’opera seria prendono sempre più spazio brevi episodi comici affidati a pochi personaggi. Queste linee non coincidono perfettamente, ma convergono nel dare al teatro musicale comico una fisionomia sempre più autonoma, finché ciò che era stato tollerato come parentesi, deviazione o alleggerimento diventa un genere capace di sostenere da solo un’intera serata. Fra i testimoni più importanti di questa tradizione c’è Li zite ’ngalera di Leonardo Vinci, rappresentata a Napoli nel 1722: un esempio sopravvissuto di commedia per musica che ricorda quanto il terreno comico fosse già fertile prima della Serva padrona.

Il punto decisivo non è soltanto che si cominci a ridere in musica, perché il comico esisteva da secoli, ma che il melodramma ammetta stabilmente nel proprio centro personaggi che l’opera seria aveva lasciato ai margini: servi, padroni, piccoli borghesi, vecchi ridicoli e giovani intraprendenti. È qui che si completa una parte essenziale dell’italianità melodrammatica, perché alla grande macchina seria del canto e dell’affetto si affianca una macchina teatrale altrettanto italiana fondata sul carattere, sul gesto, sul dialogo rapido e sull’ensemble.

Nel caso di Serpina, nell'intermezzo La serva padrona, il conflitto fra servitù e autorità domestica diventa un meccanismo di azione comica; Mirandolina in Goldoni mostra un'altra figura teatrale il cui lavoro e ingegno mettono in discussione le gerarchie. Questi personaggi vanno studiati entro le forme e la drammaturgia, non isolati sotto un titolo dedicato alle «eroine».

Parentesi necessaria · L’intermezzo

Il comico abita letteralmente fra gli atti dell’opera seria

L’intermezzo nasce come una breve azione musicale comica inserita negli intervalli di un’opera seria, normalmente con una vicenda completamente indipendente da quella principale, pochissimi personaggi, scenografia semplice e un linguaggio teatrale immediato. La cosa più interessante è che serio e comico possono così condividere la stessa serata senza condividere la stessa storia: mentre l’opera seria interrompe per un momento il proprio mondo di re, eroi e passioni solenni, sul medesimo palcoscenico entrano una serva, un padrone, un equivoco domestico o una piccola battaglia sociale. Terminato l’intermezzo, il grande dramma riprende come se nulla fosse accaduto.

Questa collocazione apparentemente subordinata concede però al comico una straordinaria libertà. Con pochi cantanti, minori costi e un intreccio più concentrato, l’intermezzo può affidarsi al gesto, alla rapidità, alla caratterizzazione e alla precisione del meccanismo teatrale, fino a produrre spettacoli che il pubblico ricorda e desidera rivedere anche senza l’opera seria che li conteneva. Il passaggio decisivo avviene proprio qui: quando la parentesi dimostra di poter vivere da sola, ha già smesso di essere soltanto una parentesi.

Atto Iopera seria
→
Intermezzo Iazione comica autonoma
→
Atto IIriprende il dramma serio
→
Intermezzo IIsi conclude la vicenda comica
→
Atto IIIfinale dell’opera seria
Cameo · Pergolesi, Napoli 1733

La serva padrona: quando l’intermezzo diventa più famoso dell’opera che lo ospitava

La serva padrona nasce come intermezzo in due parti destinato a essere rappresentato negli intervalli dell’opera seria Il prigionier superbo. Il libretto di Gennaro Antonio Federico riduce la macchina teatrale quasi all’osso: Serpina, serva energica e lucidissima, Uberto, padrone che possiede formalmente l’autorità ma non il controllo reale della situazione, e Vespone, servo muto che diventa parte essenziale dell’inganno scenico. Non servono dèi, guerre, regni o dinastie: basta una casa, un rapporto di potere e una donna socialmente subordinata che comprende il gioco meglio dell’uomo che dovrebbe comandarla.

Serpina vuole sposare Uberto e organizza la situazione in modo che sia lui stesso a scegliere ciò che lei ha già deciso. Il titolo contiene quindi il rovesciamento dell’intero meccanismo: la serva diventa padrona non attraverso una proclamazione astratta, ma attraverso intelligenza, recitazione, strategia e capacità di leggere l’altro. La musica aderisce strettamente al gesto e al carattere, il dialogo acquista una naturalezza che contrasta fortemente con la monumentalità dell’opera seria e l’intermezzo, proprio perché piccolo, sembra improvvisamente possedere una verità teatrale enorme.

La sua fortuna europea rende visibile la trasformazione: nel 1752, rappresentata a Parigi da una compagnia italiana ormai come spettacolo autonomo, La serva padrona diventa uno dei detonatori della Querelle des Bouffons, la disputa che contrappone i sostenitori della tradizione francese ai fautori della maggiore naturalezza melodica e teatrale degli italiani. Il piccolo intermezzo nato fra gli atti di un’opera seria è ormai capace di mettere in discussione un’intera cultura operistica nazionale.

L’altra metà dell’italianità operistica

Dall’opera buffa al dramma giocoso, e dall’Italia all’Europa

Se l’opera seria aveva trasformato l’italiano nella lingua internazionale del grande canto teatrale, l’opera buffa completa quella conquista mostrando che la stessa tradizione è capace di far vivere sulla scena il quotidiano, il ridicolo, la velocità del dialogo e soprattutto il rapporto simultaneo fra più personaggi. Quando, nella seconda metà del Settecento, i due mondi torneranno a contaminarsi, nasceranno forme come il dramma giocoso, nelle quali il serio e il comico possono nuovamente convivere all’interno della stessa architettura drammatica: non più come intermezzo estraneo inserito fra gli atti, ma come differenti registri della stessa vita teatrale.

Il successo internazionale dell’opera buffa esercita inoltre un’enorme pressione sugli altri teatri europei. In Francia l’opéra-comique possiede già una propria genealogia, nata nei teatri di fiera e nel vaudeville, quindi non deriva semplicemente dall’Italia, anche se l’arrivo degli intermezzi italiani e la Querelle des Bouffons ne accelerano profondamente la trasformazione, favorendo nuove ariette, nuovi equilibri fra parola e musica e nuove forme di sintesi. Processi analoghi, con caratteristiche locali proprie, toccheranno anche altri generi comici europei: l’opera italiana non cancella le tradizioni nazionali, ma diventa un modello con cui esse sono costrette a confrontarsi.

Serpina non è più soltanto “la servetta”

Dietro di lei riconosciamo ancora il tipo comico della giovane serva astuta, ma ora il tipo si è fatto personaggio: possiede un progetto, legge psicologicamente Uberto, prepara una strategia e modifica realmente l’esito della vicenda. È lo stesso passaggio che, nel teatro di prosa, conduce dalla maschera al carattere.

La serva padrona di Pergolesi diretta da Diego Fasolis ▶Integrale · Diego Fasolis

La serva padrona

1733 · guardala intera

La parentesi che sa vivere da sola

Vista per intero, la Serva padrona mostra perché un intermezzo di pochi personaggi possa possedere ritmo, caratteri e autonomia teatrale sufficienti per emanciparsi dall’opera seria.

Serpina, Uberto, Vespone →
17 · Finale

Gluck: quando il melodramma prova a riformare sé stesso

Nella seconda metà del Settecento il melodramma è diventato una macchina spettacolare capace di riunire poesia, canto, orchestra, danza e scenografia, ma proprio questa ricchezza ha prodotto convenzioni che rischiano di separare nuovamente musica e teatro. La riforma non è l’opera di un compositore isolato: Christoph Willibald Gluck lavora con il librettista Ranieri de’ Calzabigi, e il loro Orfeo ed Euridice del 1762 prova a ridurre il virtuosismo fine a sé stesso, rafforzare coro e orchestra e restituire continuità all’azione.

La loro esperienza mette in contatto la tradizione italiana con quella francese, nella quale coro, danza e gesto avevano conservato un ruolo particolarmente importante. Alceste debutta a Vienna nel 1767, mentre il testo programmatico più celebre della riforma compare però nella prefazione all’edizione a stampa del 1769. Gluck e Calzabigi non cancellano ciò che viene prima: provano a rimettere in equilibrio le parti della macchina teatrale.

Vienna · un laboratorio, non un uomo solo

Gluck, Calzabigi, Durazzo e Angiolini

La riforma nasce in un ambiente viennese nel quale il conte Giacomo Durazzo, responsabile degli spettacoli di corte, favorisce il confronto con il teatro francese, il librettista Ranieri de’ Calzabigi cerca una poesia drammatica più compatta, mentre il coreografo Gasparo Angiolini lavora a un balletto capace di raccontare attraverso il corpo. Prima ancora dell’Orfeo, il Don Juan del 1761 mostra che anche la danza può smettere di essere decorazione e diventare azione.

Il bersaglio non è Metastasio come persona, né l’opera seria intera da buttare via. È piuttosto un sistema nel quale le convenzioni nate per funzionare bene possono diventare automatismi: aria obbligata, virtuosismo indipendente dalla situazione, cesura troppo netta fra recitativo e numero chiuso. Gluck e Calzabigi provano a recuperare continuità drammatica.

Cameo · Ancora Orfeo

Nel 1762 Orfeo ed Euridice riporta sulla scena il mito che aveva accompagnato la nascita del melodramma. Questa volta Orfeo serve a dimostrare che l’emozione può nascere dalla coerenza fra musica e azione senza dipendere necessariamente dall’esibizione virtuosistica del cantante. Il cerchio si chiude: il melodramma torna alla domanda dalla quale era partito, chiedendosi ancora una volta come la musica possa diventare teatro.

«ristringer la Musica al suo vero ufficio di servire alla Poesia»

Alceste, prefazione all’edizione a stampa, Vienna 1769

La frase non significa che la musica debba diventare serva muta della poesia. Gluck chiede che ogni mezzo musicale partecipi alla situazione: l’ouverture deve preparare ciò che accadrà, l’orchestra deve seguire interesse e passione, il recitativo non deve creare una frattura artificiale con l’aria e l’ornamento non deve interrompere l’azione soltanto per offrire al cantante una vetrina.

Quando Gluck arriva a Parigi negli anni Settanta, il problema diventa europeo. Con l’appoggio di Maria Antonietta, che era stata sua allieva a Vienna, porta la propria poetica dentro la grande tradizione francese di coro, danza e spettacolo. Le polemiche che opporranno gluckisti e piccinnisti mostrano quanto la domanda su che cosa debba essere l’opera sia ormai diventata una questione pubblica, non una discussione confinata ai compositori.

Coda

Il cerchio si chiude, la storia no

Da Peri a Gluck abbiamo seguito la stessa domanda sotto forme sempre diverse: che cosa deve fare la musica quando entra in teatro? Rendere intelligibile la parola, commuovere, stupire, mostrare una voce eccezionale, far danzare un corpo, costruire un personaggio, rappresentare una società, vendere biglietti, oppure tenere insieme tutte queste cose senza che una distrugga le altre?

Gluck non dà una risposta definitiva. Riporta il problema al centro e modifica gli equilibri. Dopo di lui arriveranno Mozart e Da Ponte, che sapranno usare ensemble e forme chiuse per fare qualcosa che nessuna semplice contrapposizione fra aria e recitativo riesce a descrivere, e verranno poi il Romanticismo, il grand opéra, Verdi, Wagner, il verismo, il Novecento e il teatro musicale contemporaneo. Ogni epoca riaprirà la stessa discussione.

Per questo ci fermiamo qui. Non perché nel 1762 o nel 1769 “finisca il Barocco” con una porta che si chiude, ma perché Gluck è una soglia: guarda indietro verso Firenze, Lully, l’opera seria e il balletto e, nello stesso momento, rende possibile ascoltare diversamente ciò che verrà dopo.

Il prossimo viaggio comincerebbe qui: non da zero, ma da Mozart e Da Ponte che raccolgono una macchina teatrale già vecchia di quasi due secoli e la portano a un altro livello di complessità.
Videoteca

Spettacoli e ascolti da vedere, non soltanto da nominare

Gli ascolti principali del percorso sono raccolti anche qui, dopo essere comparsi nel punto del racconto in cui servono. Non sono esempi a margine: permettono di vedere come parola, gesto, voce, orchestra e scena diventano teatro reale.

Teca digitale

Apri le fonti, non limitarti a leggerne il nome

Come negli altri percorsi della collana, le fonti non sono una bibliografia ornamentale: sono oggetti da aprire. Qui trovi partiture, libretti, trattati e pagine di approfondimento già utilizzati lungo il racconto.

Partiture e testi primari
Teatro, società e contesto
Bibliografia

Biblio-sitografia ragionata

Come negli altri percorsi della collana, questa non è una bibliografia accumulativa né un semplice elenco alfabetico. È organizzata per funzione: prima le fonti che permettono di vedere ciò che fu effettivamente scritto, stampato o rappresentato, poi gli studi che ricostruiscono e interpretano la nascita dell’opera, quindi gli approfondimenti sui diversi sistemi teatrali, sulle professioni dello spettacolo, sulla macchina scenica e sulle risorse digitali. Una bibliografia serve anche a capire che cosa si può chiedere a ciascuna fonte.

1. Fonti primarie: partiture, libretti, trattati e testi teatrali

Come usarle: sono il primo livello del percorso. Prima di leggere ciò che uno storico dice dell’opera, conviene guardare una partitura, un libretto, un trattato o una satira scritta da chi quel mondo lo conosceva direttamente.
Peri, Jacopo, e Ottavio Rinuccini. Euridice. Firenze, 1600.Partitura e libretto · nascita del melodramma
Apri
Caccini, Giulio. L’Euridice. Firenze, 1600/1601.Partitura primaria · confronto con Peri
Apri
Caccini, Giulio. Le nuove musiche. Firenze, 1602.Monodia, ornamentazione e nuova prassi vocale
Apri
Monteverdi, Claudio, e Alessandro Striggio. L’Orfeo, favola in musica. Mantova, 1607. Prima edizione a stampa, Venezia, 1609.Partitura primaria · teatro musicale monteverdiano
Apri
Monteverdi, Claudio. Il combattimento di Tancredi e Clorinda. Testo da Torquato Tasso. Rappresentato nel 1624, pubblicato nel Libro VIII dei madrigali, 1638.Fonte primaria · genere rappresentativo e stile concitato
Apri
Caccini, Francesca. La liberazione di Ruggiero dall’isola d’Alcina. Firenze, 1625.Fonte primaria · composizione femminile e spettacolo mediceo
Apri
Sabbattini, Nicola. Pratica di fabricar scene e machine ne’ teatri. Pesaro, 1637. Edizione ampliata, Ravenna, 1638.Trattato tecnico · scenografia, luci e macchine teatrali
Apri facsimile
Marcello, Benedetto. Il teatro alla moda. Venezia, 1720.Fonte satirica · sistema produttivo, divismo e mercato teatrale
Apri
Metastasio, Pietro. Didone abbandonata. Napoli, 1724.Libretto · modello dell’opera seria
Apri
Pergolesi, Giovanni Battista, e Gennaro Antonio Federico. La serva padrona. Napoli, 1733.Intermezzo · teatro comico musicale
Apri
Goldoni, Carlo. La locandiera. Venezia, 1753.Testo teatrale · dalla maschera al carattere
Apri
Gluck, Christoph Willibald, e Ranieri de’ Calzabigi. Orfeo ed Euridice. Vienna, 1762.Partitura primaria · opera della riforma
Apri
Gluck, Christoph Willibald, e Ranieri de’ Calzabigi. Alceste. Prima rappresentazione: Vienna, 1767. Prefazione programmatica all’edizione a stampa, 1769.Partitura e manifesto della riforma
Apri
Nietzsche, Friedrich. Die Geburt der Tragödie aus dem Geiste der Musik [La nascita della tragedia dallo spirito della musica]. Leipzig, 1872.Fonte filosofica · Apollo e Dioniso come lente interpretativa
Apri

2. Storie generali dell’opera e strumenti metodologici

Come usarli: questi studi servono a costruire il quadro generale e a evitare che un singolo compositore venga scambiato per l’intera storia del genere. Sono particolarmente utili per distinguere nascita dell’opera, sviluppo delle convenzioni, istituzioni teatrali e ricezione.
Cambridge University Press. Estratto introduttivo sulle forme preoperistiche e sul Quem quaeritis?.Liturgia, dialogo drammatico e genealogie medievali della scena
Apri PDF
Grout, Donald J., e Hermine Weigel Williams. A Short History of Opera. 4ª ed. New York: Columbia University Press, 2003.Storia generale dell’opera
Scheda
Waeber, Jacqueline, a cura di. The Cambridge Companion to Seventeenth-Century Opera. Cambridge: Cambridge University Press, 2022.Sintesi aggiornata sul primo secolo dell’opera
Scheda
Till, Nicholas, a cura di. The Cambridge Companion to Opera Studies. Cambridge: Cambridge University Press, 2012.Metodologia degli opera studies e teatro musicale
Scheda
Bianconi, Lorenzo, e Giorgio Pestelli, a cura di. Storia dell’opera italiana. Torino: EDT, 1987–1988. Edizione inglese, Chicago: University of Chicago Press.Storia sociale, produttiva, drammaturgica e musicale dell’opera italiana
Weiss, Piero, a cura di. Opera: A History in Documents. New York: Oxford University Press, 2002.Storia dell’opera attraverso documenti e testimonianze
Fabbri, Paolo. Il secolo cantante. Per una storia del libretto d’opera nel Seicento. Bologna: Il Mulino, 1990.Libretto, drammaturgia e sistema operistico italiano del Seicento
Bianconi, Lorenzo. Il Seicento. Storia della musica, vol. 5. Torino: EDT.Quadro storico-musicale italiano del XVII secolo
Rastall, Richard. The Notation of Western Music: An Introduction. London: J. M. Dent, 1983.Storia e funzionamento della notazione musicale occidentale
Boorman, Stanley. Ottaviano Petrucci: A Catalogue Raisonné. Oxford: Oxford University Press, 2006.Stampa musicale, editoria e circolazione del repertorio
Heartz, Daniel. Music in European Capitals: The Galant Style, 1720–1780. New York: W. W. Norton, 2003.Quadro europeo del Settecento musicale e teatrale

3. Firenze, Camerata, Monteverdi e Venezia

Come usarli: questo gruppo sostiene il cuore del percorso: il passaggio dall’umanesimo musicale alla monodia, la nascita del teatro interamente cantato, Monteverdi come uomo di teatro e infine la trasformazione veneziana dell’opera in spettacolo pubblico e commerciale.
Treccani. “Camerata de’ Bardi.”Repertorio storico · Firenze, monodia e ambiente della Camerata
Apri
Treccani. “Francesco Cavalli.”Biografia e teatro veneziano del Seicento
Apri
Palisca, Claude V. The Florentine Camerata: Documentary Studies and Translations. New Haven: Yale University Press, 1989.Studio documentario fondamentale sulla Camerata
Scheda
Pirrotta, Nino. Music and Theatre from Poliziano to Monteverdi. Cambridge: Cambridge University Press, 1982.Antecedenti teatrali e nascita dell’opera
Carter, Tim. Monteverdi’s Musical Theatre. New Haven: Yale University Press, 2002.Monteverdi, librettisti e musica per la scena
Scheda
Rosand, Ellen. Opera in Seventeenth-Century Venice: The Creation of a Genre. Berkeley: University of California Press, 1991.Venezia, convenzioni, pubblico e formazione del genere
Scheda
Glixon, Beth L., e Jonathan E. Glixon. Inventing the Business of Opera: The Impresario and His World in Seventeenth-Century Venice. Oxford: Oxford University Press, 2006.Impresariato, cantanti, finanze, scene e macchine
Scheda
Glixon, Beth L. “Opera for a Paying Public (Italy c. 1637–c. 1700).” In The Cambridge Companion to Seventeenth-Century Opera, a cura di Jacqueline Waeber. Cambridge University Press, 2022.Opera pubblica, mercato e istituzioni
Apri
Treccani. “Anna Renzi.” Dizionario Biografico degli Italiani.Primadonna, recitazione e professione nel teatro pubblico veneziano
Apri
Cusick, Suzanne G. Francesca Caccini at the Medici Court: Music and the Circulation of Power. Chicago: University of Chicago Press, 2009.Studio fondamentale su Francesca Caccini, corte e genere
Scheda
Treccani. “Francesca Caccini.” Dizionario Biografico degli Italiani.Repertorio biografico e cronologico
Apri

4. Francia, opera seria, comicità e riforma

Come usarli: servono a non raccontare il Settecento come una linea esclusivamente italiana. La Francia sviluppa una propria tradizione di teatro musicale, danza e declamazione, mentre contemporaneamente opera seria, intermezzo e opera buffa producono modelli differenti che torneranno a incontrarsi nella riforma gluckiana.
Treccani. “Jean-Baptiste Lully.”Lully, corte di Luigi XIV, comédie-ballet e tragédie en musique
Apri
Treccani. “John Gay.”Londra · The Beggar’s Opera e reazione alla moda italiana
Apri
Treccani. “Reinhard Keiser.”Amburgo · teatro pubblico tedesco e formazione del giovane Händel
Apri
Treccani. “Zarzuela.”Spagna · tradizione autonoma di parola, canto e danza
Apri
Treccani. “Francesco Araja.”Russia · circolazione dell’opera italiana e primi libretti russi
Apri
Powell, John S. Music and Theatre in France, 1600–1680. Oxford: Oxford University Press, 2000.Molière, Lully, comédie-ballet e teatro musicale francese
Scheda
Naudeix, Laura. “Opera in France c. 1640–c. 1710.” In The Cambridge Companion to Seventeenth-Century Opera, a cura di Jacqueline Waeber. Cambridge University Press, 2022.Tradizione operistica francese
Apri
Cotticelli, Francesco, e Paologiovanni Maione. “Metastasio: The Dramaturgy of Eighteenth-Century Heroic Opera.” In The Cambridge Companion to Eighteenth-Century Opera, a cura di Anthony R. DelDonna e Pierpaolo Polzonetti, pp. 66–84. Cambridge: Cambridge University Press, 2009.Opera seria e drammaturgia metastasiana
Brown, Bruce Alan. Gluck and the French Theatre in Vienna. Oxford: Clarendon Press, 1991.Gluck, danza, teatro francese e riforma viennese
Scheda
Oxford Bibliographies. “Christoph Willibald Ritter von Gluck.”Bibliografia specialistica sulla riforma gluckiana
Apri
Philharmonie de Paris. “La Querelle des Bouffons” e materiali sull’opéra-comique.Contestualizzazione didattica · Francia e ricezione dell’opera buffa
Apri

5. Scenografia, macchine e mestieri del teatro

Come usarli: qui il teatro viene studiato come luogo di lavoro materiale. Le fonti seicentesche mostrano un mondo fatto di tela, legno, funi, carrucole, candele e forza umana, mentre le istituzioni teatrali contemporanee permettono di vedere quanto di quell’artigianato sopravviva ancora oggi accanto a motori, elettronica e automazione.
Sabbattini, Nicola. Pratica di fabricar scene e machine ne’ teatri. 1637–1638.Fonte tecnica primaria · mutazioni sceniche e macchine
Apri
Victoria and Albert Museum. “Performance and the Baroque.”Scenografia, costumi, macchine, luce e spettacolo barocco
Apri
Sorabella, Jean. “The Opera.” Heilbrunn Timeline of Art History. The Metropolitan Museum of Art, 2004.Opera come integrazione di musica, teatro, scena e costume
Apri
Glixon, Beth L. “Scenery and Machines.” In Inventing the Business of Opera. Oxford University Press, 2006, pp. 227–276.Studio specialistico sulla produzione scenica veneziana
Apri
Teatro alla Scala. “I Laboratori Ansaldo.”Mestieri contemporanei: scene, falegnameria, sartoria, montaggio
Apri
Teatro dell’Opera di Roma. “Laboratori scenografia e costumi.”Produzione teatrale contemporanea e continuità artigianale
Apri

6. Repertori, biblioteche digitali, iconografia e audiovisivi

Come usarli: IMSLP, Wikisource, biblioteche, musei e archivi digitali servono soprattutto per raggiungere fonti, facsimili, immagini e registrazioni. I video della Videoteca sono selezionati per la loro utilità didattica ed esecutiva, ma una registrazione moderna resta sempre un’interpretazione del passato, non il passato stesso.
Treccani. “Ottaviano Petrucci.” Dizionario Biografico degli Italiani.Stampa musicale e circolazione del repertorio
Apri
Library of Congress. Harmonice musices Odhecaton.Facsimile digitale · Petrucci e la stampa musicale del 1501
Sfoglia
Library of Congress. “Anthologies in Manuscript.”Manoscritto, antologie e trasmissione prima e accanto alla stampa
Apri
National Gallery of Art. Jacques Callot, Scaramuccia and Fricasso.Iconografia della Commedia dell’Arte e dei suoi tipi scenici
Apri
Folger Shakespeare Library. “Shakespeare in Step and Song.”Musica, danza e performance nella scena shakespeariana
Apri
IMSLP / Petrucci Music Library. Partiture e facsimili delle opere citate nel percorso.Biblioteca musicale digitale
Apri
Wikisource. Testi di Metastasio, Goldoni e altre fonti letterarie in pubblico dominio.Biblioteca testuale digitale
Apri
Wikimedia Commons. Ritratti, frontespizi, scenografie, teatri e materiali iconografici utilizzati nella pagina.Iconografia storica e pubblico dominio
Apri
Treccani. Dizionario Biografico degli Italiani e voci enciclopediche dedicate a Rinuccini, Marcello, Goldoni e altri protagonisti.Controllo biografico e cronologico
Apri
Bibliothèque nationale de France, Philharmonie de Paris, Victoria and Albert Museum, Metropolitan Museum of Art e collezioni teatrali citate lungo il percorso.Musei, istituzioni e collezioni documentarie
YouTube. Esecuzioni e playlist selezionate nella Videoteca: Peri, Caccini, Monteverdi, Francesca Caccini e Pergolesi.Audiovisivi · interpretazioni moderne
Vai alla Videoteca

8. Nota d’autore e criterio del percorso

Metodo: il sito nasce dall’intreccio fra il manoscritto didattico di Alessandro Zilli, le fonti primarie digitalizzate e la bibliografia specialistica indicata sopra. Dove la storiografia presenta questioni ancora discusse — per esempio l’origine della tragedia, il grado di appartenenza di alcuni protagonisti alla Camerata, la definizione dei primi generi operistici o le genealogie dell’opera buffa — il testo privilegia formulazioni prudenti e distingue la ricostruzione documentabile dalla metafora didattica.
Zilli, Alessandro. Il teatro dal Medioevo al melodramma barocco. Manoscritto didattico inedito, materiale di lavoro dell’autore.Ossatura narrativa e didattica del percorso
Il percorso finisce qui. Adesso tocca a te.

Missione Melodramma

Hai raccolto almeno un po’ del seminato? Metti alla prova ciò che ti è rimasto di recitar cantando, Peri e Rinuccini, Monteverdi, macchina teatrale, Venezia, opera seria e buffa, Marcello, Orfeo e riforma di Gluck.

✦ Inizia la verifica 30 punti · 9 prove · drag and drop anche su touchscreen. Dopo la prima consegna puoi correggere e riprovare per allenarti.